Comunicare e mettere in comune

Giovanni Di Rubba
a cura di Giovanni Di Rubba

Comunicare e mettere in comune

Antonello_da_Messina_-_Virgin_Annunciate_-_Galleria_Regionale_della_Sicilia,_Palermo

“Mettere in comune”: è questo il significato della comunicazione. E, dunque: universalizzare, propagare, annunciare. Ma anche, se non soprattutto: avvicinare e condividere beni immateriali. Abitualmente la condivisione raffigura il campo dei sentimenti. Delle sensazioni. Forti o piccole che appaiano. Uno stato dell’anima, insomma. Qualcosa di ben più caldo della “comunicazione” come è intesa da alcuni decenni a questa parte. Lo sforzo “comune” sembra, infatti, accompagnarla verso l’asetticità del pensiero: un’espressione meccanica e gelida delle intenzioni, e non più la “rappresentazione mentale” delle sensazioni altrui. Un’esperienza ghiacciata, dunque, almeno alla pari dei mezzi – sempre più gelidi – che la comunicazione ha in suo potere. Per puntare al cuore della questione, proviamo a esasperare il concetto. E azzardiamo un passo nell’emisfero “altro” della narrazione: veicolando qualcosa di non condiviso universalmente – come vedremo – ma che può essere utile a chiarirci le idee. Qualunque sia la nostra posizione nei confronti delle letture e riletture religiose, come abbiamo già detto comunicare è annunciare. Secondo il dettato dei Vangeli, un angelo annunciò alla retriva e immacolata Vergine Maria la sua imminente attesa. Dolcissima, ma ancora di più, improbabile.

Annunciò: dunque comunicò.

La giovinetta chinò il capo: non si pose sulla difensive. Si abbeverò a quella comunicazione che milioni di altre donne avrebbero valutato più semplicisticamente come irricevibile. Eppure quella ragazza era poco più che una timida quindicenne. Vissuta oltre duemila anni fa. Sarebbe stato lecito porre nelle aspettative una reazione, la più diversa che si possa adesso elucubrare. Invece, niente: solo un tacito assenso. Di fronte al silenzio recettore di Maria, è lecito immaginare che quell’angelo, provando a comunicare la realizzazione di un evento dai tratti favolistici, avesse usato il calore, il sentimento, la vicinanza, la prossimità. L’umanità. E tornando coi piedi saldamente ancorati al terreno, bisogna sottolineare che sono le emozioni quello che la comunicazione odierna va, via via perdendo. Puntando a un’asetticità che non è affatto dovuta. Prendendo le distanze dal suo ruolo originario (e originale): universalizzare uno stato mentale. Eppure la spersonalizzazione selvaggia della comunicazione porta l’informazione fuori da se stessa. Genera mostri. Il più pericoloso dei quali è la fake news. La “bufala” è figlia prediletta della divulgazione incontrollata, asettica e priva di qualsiasi emozione. È meschinamente artefatta con raziocinio. Per creare sacche di “disinformation”, che è l’esatto contrario della condivisione. Per puntare ad affabulare il ricevitore. È illiberale e “illogica di parte”: sia essa partorita per un’impellenza politica, per mera esigenza commerciale o per accelerazione religiosa. Tuttavia si individua e si stronca. Con abilità. Perché affonda le radici nel nulla. Ha un mittente non certificato e un destinatario disattento: un soggetto ricevente al quale, spesso, manca l’interesse a comunicare. Vale a dire la volontà di parlare e di ascoltare, di trasmettere e di collezionare messaggi.

Appare ovvio che questo tipo di comunicazione è erede diretta della digitalizzazione. Dei cosiddetti new media, troppo spesso incapaci di adoperare i codici della lingua parlata fra le persone fisiche, ma lesti nel costruire i linguaggi (gelidi: rieccoci) della programmazione. Le sue esasperazioni rappresentano un male assoluto per la libertà e la democrazia, essendo un fenomeno che coinvolge molti soggetti. Ma la buona notizia c’è: si possono interrompere. Semplicemente adoperando quegli stessi strumenti tecnologici che servono a facilitare la comunicazione, a superare le distanze spaziali e quelle temporali, ma mettendo soverchia attenzione a sovrastare i rumori di fondo. Il web, è noto, ha un’estensione pressocché mondiale. Ed è in costante e rapida espansione anche in quei Paesi nei quali la democrazia resta una sirena zittita, ancora incapace di incantare i popoli. Rispetto alla carta e alla televisione, internet vanta una novità fondamentale: non esiste un “centro” del sistema; non c’è un cervello “altro” rispetto ai navigatori e chiamato a stendere un palinsesto dei programmi. Chi accede alla rete usufruisce delle informazioni condivise, ma – ecco la questione da risolvere – può contestualmente immetterne, trasformando il proprio ruolo da destinatario dell’informazione a mittente di una comunicazione. Non è la democrazia della rete – come alcuni pensatori sublimano e teorizzano – ma il ventre molle del web. Che fa volare le non-notizie in assenza delle verifiche intrecciate dal professionista. Lavorare per cancellare le non-notizie di parte dal mondo della comunicazione è il ruolo che si è conferito Mediolanum Editori. Un’agenzia di comunicazione sul territorio che opera su tutte le piattaforme digitali, pubblica riviste cartacee ad ampia diffusione; opera attivamente nel settore televisivo in Rai e Mediaset; organizza e redistribuisce informazioni per le aziende di ogni ordine e grado. In nome della libertà e della democrazia del Paese. Che sono strettamente collegate alla perfettibilità della comunicazione.

Giovanni Di Rubba
a cura di Giovanni Di Rubba

Condividi l'articolo

Condividi su facebook
Condividi su linkedin
Condividi su twitter
Condividi su email

Scopri il numero completo

Acquista la tua copia di Reputation Review per scoprire tanti altri contenuti
L'unica rivista italiana dedicata alla Corporate Reputation

Scopri l'ultimo numero

Interviste, storie di successo e l'attesissima classifica della reputazione delle testate giornalistiche.
In evidenza

Ultimi articoli

La REPUTAZIONE è tutto

Scopri l’unico metodo in Italia per la gestione della Reputazione tua e della tua organizzazione

Social

Categorie