È morta la competenza

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a cura di Davide Ippolito

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Evviva la competenza

 

La prima volta che ho preso parte ad un corso di formazione per accrescere le mie competenze extra scolastiche è stato all’età di 17 anni, e il corso era in preparazione alla mia prima stagione come animatore turistico.

Il corso iniziava con una massima cinese molto famosa: “regala un pesce ad un uomo e lo nutrirai per un giorno, insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita”.

Lo scopo della formazione dovrebbe essere proprio quello di indurre un’educazione permanente, ovvero farci diventare persone che vogliono imparare per il resto della loro vita. Oggi al contrario viviamo in una società dove la più piccola acquisizione di conoscenza è considerata un punto di arrivo.

Come meglio spiegato nel libro di Tom Nichols, “The death of expertise”, le persone oggi “non sono solo disinformate ma oppongono una resistenza attiva nei confronti dell’apprendimento”. Ogni affermazione di competenza è considerata solamente una forma di elitarismo antidemocratico.

Lo spazio pubblico negli ultimi anni è sempre più dominato da un ampio assortimento di persone poco informate, molte delle quali minimizzano totalmente il valore dell’esperienza.

Nel saggio “Anti Intellectualism in American life” del 1963, lo studioso di politica Richard Hofstadter sostiene che “la complessità della vita moderna ha costantemente ridotto le funzioni che un comune cittadino può svolgere in autonomia con intelligenza e competenza”, e questo pare abbia prodotto sentimenti di impotenza e di rabbia nel sentire dei cittadini, consapevoli di essere sempre più alla mercé di élites più brillanti.

La cosa realmente preoccupante negli ultimi anni, però, è la sostituzione aggressiva delle opinioni degli esperti o delle conoscenze consolidate con la presunzione che ogni opinione, su qualsiasi argomento, sia valida quanto qualsiasi altra.

La morte della competenza altro non è che un infantile rifiuto dell’autorità in tutte le sue forme, a cui si aggiunge l’insistenza sul fatto che una forte opinione sia indistinguibile dalla realtà dei fatti.

L’aumento del livello generale di istruzione e un maggior accesso ai dati, nonché l’esplosione dei social media, non ha migliorato la nostra capacità di conoscere per decidere.

Tutti abbiamo la tendenza a cercare prove che corrispondano alle nostre convinzioni (il cosiddetto confirmation bias) sovrastimando le nostre competenze, vittime del cosiddetto effetto Dunning-Kruger, una sorta di una distorsione cognitiva a causa della quale individui poco esperti in un certo campo sopravvalutano le proprie abilità, auto accreditandosi invece come esperti.

L’avvento di Internet ha accelerato il collasso della comunicazione, offrendo un’apparente scorciatoia verso la conoscenza. Persone che prima erano costrette a ricorrere ai consigli di un esperto in qualsiasi settore, oggi scrivono qualche parola chiave sul web e ottengono migliaia di risposte in pochi secondi.

Internet è l’emblema della campagna contro la conoscenza ufficiale: un costante bombardamento di informazioni casuali disconnesse che ci arriva addosso in maniera incontrollata. Il volume e l’impossibilità di diversificare conoscenze significative dal rumore casuale, fa sì che le informazioni corrette siano sempre sommerse da dati scadenti. Oggi vogliamo le informazioni istantaneamente e corrispondenti a ciò che desideriamo sentire.

Il solo fatto di aver provato a cercare informazioni ci porta a credere di aver imparato qualcosa, quando in realtà molto probabilmente siamo solo stati sommersi da dati che non siamo riusciti a valutare.

Una ricerca di Harvard Business Review ha evidenziato come sempre meno gente legga fino in fondo ciò che trova online, mentre la maggior parte legge solo i titoli e le prime frasi di un articolo per poi passare oltre o, peggio ancora, commentare e avviare una discussione.

Questo effetto pare sia dovuto a una frequenza universitaria superficiale e non compiuta, la quale ha prodotto effetti inaspettati. Persone che sono anche solo passate per un’università si considerano sullo stesso piano di studiosi affermati e di esperti accreditati.

Questo può trasformarsi però in un’autentica opportunità.

Il mondo si evolve ad una velocità incredibile, come ho avuto modo di toccare con mano durante i due splendidi corsi di formazione organizzati da Federico Mioni e Federmanager Academy in Cina e in Silicon Valley. Un costante aggiornamento delle proprie competenze e la condivisione delle stesse diventa leva fondamentale. Formarsi oggi vuol dire aggiornarsi, fare esperienze in realtà diverse, partecipare a study tour, seguire l’evoluzione delle tecnologie con le quali si ha a che fare, fare networking, scambiare competenze e conoscenze, associarsi e confrontarsi.

Da una recente indagine di The European House Ambrosetti, condotta per conto di Federmanager e dal titolo “Bravi Manager Bravi” (disponibile al link www.federmanager.it/bravi-manager-bravi), sul tema dell’efficacia del management responsabile, emerge la formula del manager del domani: 8 (4+4)+3+5, formula meglio approfondita sul numero di Gennaio 2019 di Progetto Manager, il mensile di Federmanager (progettomanager.federmanager.it)

Citando il Presidente Marco Grazioli, “Per lavorare sulla nostra reputazione percepita bisogna saper fare 5 cose facili alla perfezione. Per alzare la reputazione, invece, la sfida è quella di lavorare su 3 cose difficili. Perché la reputazione migliora solo quando viene messa a repentaglio con sfide di cui non conosciamo l’esito in anticipo, e che chiamano in gioco tutta la nostra persona nell’apprendere competenze nuove per affrontare sfide difficili.”

Il tempo dell’università è diventato un punto di partenza, la formazione continua e la specializzazione l’unica arma di sopravvivenza. In questo numero abbiamo provato a dare una panoramica di cos’è oggi la formazione e come la organizzano i grandi player. Buona lettura.

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