Giorgio Ambrogioni Presidente CIDA

BRUNO CHIAVAZZO_MODEARATORE
a cura di Bruno Chiavazzo

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La cultura della reputazione

 

Al grido di “abbassiamo le pensioni d’oro”, il Governo gialloverde e, in particolare Luigi Di Maio, si sono accaniti contro i dirigenti pubblici e privati, rappresentati dalla Cida, “colpevoli” a loro dire di riscuotere pensioni lorde superiori ai 90.000 euro annui, omettendo di dire che tali pensioni derivano da decenni di contributi versati in proporzione al reddito in busta paga…

“ Purtroppo – risponde Giorgio Ambrogioni, presidente Cida – stiamo vivendo una fase di recessione anche nella politica. Predomina l’invidia sociale che discende da un approccio tutto ideologico. In nome del popolo si tende a fare giustizia sommaria. Si ’individua una soglia di reddito, non si sa bene come, e tutti quelli che stanno oltre quella soglia devono essere “purgati”, indipendentemente da quello che hanno fatto nella loro vita lavorativa e dai contributi versati. Attenzione, però, perché la “soglia” potrebbe anche abbassarsi se le cose dovessero peggiorare ulteriormente. La mia impressione è che invece di puntare a un maggiore benessere per tutti, si vuole livellare tutti verso la pura sussistenza”.

Il lavoratore o dirigente che va in pensione firma con lo Stato un “contratto”. Ho lavorato, ho pagato i contributi pensionistici, ho raggiunto l’età richiesta, vado in pensione secondo i trattamenti in vigore. In questo caso lo Stato, cambia le regole, a partita in corso. Una cosa che mina alle fondamenta il rapporto Stato-cittadino…

“Non è la prima volta. È già successo. Non capiscono che imporre con la forza provvedimenti retroattivi alla fine porterà alla dissoluzione dello Stato. Oltretutto questo “taglio” alle pensioni d’oro, come lo chiamano loro, non porterà nessun beneficio alla ripresa economica.

Al contrario, il timore che le cose possano peggiorare, farà si che si riducano i consumi e le risorse economiche delle famiglie saranno accantonate in attesa di tempi migliori. Mi creda, è una cosa demenziale. I rappresentanti 5 stelle al governo ci considerano un “élite” e nella loro visione politica le “élite” vanno abbattute. I dirigenti italiani non sono una casta. Si diventa dirigente per merito, la nostra provenienza è il ceto medio non la nobiltà. Il titolo di dirigente non è ereditario, te lo devi conquistare sul campo. Mi ha deluso molto l’atteggiamento della Lega e di Salvini nella nostra vicenda. Sul territorio sostenevano le nostre ragioni ma, poi, alla resa dei conti hanno preferito accodarsi a Di Maio per rimanere al governo. Lo scorso dicembre abbiamo indetto a Milano, insieme ad altre Associazioni, un’Assemblea con 1000 delegati, in rappresentanza di 850 mila iscritti. L’abbiamo organizzata volutamente senza politici, ma a quanto sappiamo il nostro messaggio è arrivato forte e chiaro.

Presidente, so che agli inizi del prossimo anno scade il suo mandato. Volevo chiederle un bilancio personale di questi anni.

“È stata una bella esperienza che mi ha arricchito molto dal punto di vista umano e professionale. Forse il merito, anche se non starebbe a me dirlo, che mi attribuisco è stato quello di aver favorito una sorta di osmosi tra la cultura manageriale pubblica e quella privata. Oggi il “modus operandi” di un manager in un’azienda pubblica o privata è, sostanzialmente, identico. Si punta all’efficienza, al merito, al raggiungimento dei risultati e questo è un fatto positivo per la crescita complessiva del nostro Paese. Scontiamo ancora, una non sufficiente consapevolezza dell’importanza di operare assieme, di fare massa critica, di abbandonare eccessi di settorialità.

Esiste ancora, secondo lei, una prospettiva di diventare dirigente per un giovane che inizia la sua vita lavorativa in un’azienda pubblica o privata? C’è un futuro per la dirigenza in questo Paese?

“Mi auguro e sono convinto che ci sia e ci sarà. La globalizzazione ha spostato l’asse dalle imprese a carattere prevalentemente familiare a quelle manageriali, e in questo senso noi stiamo conducendo una battaglia insieme a Confindustria, Confapi, Confartigianato e Confcommercio, per introdurre e sviluppare il più possibile nelle aziende una cultura manageriale basata sul merito e sulle competenze. Il futuro c’è, va costruito giorno per giorno con impegno, sacrificio e spirito di servizio. Abbiamo bisogno di una politica che indichi un sogno, una visione, una via da percorrere. In questo senso credo che l’Europa sia un sogno che vada coltivato, correggendo le storture burocratiche, avvicinando le Istituzioni ai cittadini rendendoli partecipi di un orizzonte comune. Solo l’Europa unita può affrontare colossi mondiali come gli Usa, la Cina, la Russia, non solo dal punto di vista economico, ma anche politico e strategico. Questo, vale anche per i futuri dirigenti che dovranno confrontarsi, ad armi pari, con un mondo sempre più interconnesso e competitivo”.

BRUNO CHIAVAZZO_MODEARATORE
a cura di Bruno Chiavazzo

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