Giorgio Benvenuto Presidente della fondazione Bruno Buozzi

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a cura di Elisabetta Colangelo

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PENSARE invece di credere

 

Ottantadue anni a dicembre, magnificamente portati, Giorgio Benvenuto è una figura iconica nel panorama del sindacalismo italiano. Attualmente è presidente della Fondazione Bruno Buozzi, che si dedica a studiare la storia del Movimento sindacale, e insieme al giornalista Bruno Chiavazzo sta scrivendo un mémoire in cui racconta la propria carriera, intrecciata a quella del Movimento. Benvenuto infatti è stato Segretario generale della sigla UIL dal 1976 al ‘92, assumendo subito dopo l’incarico di Segretario generale del Ministero delle Finanze.

Dopo l’esilio politico di Bettino Craxi, per un breve periodo è anche diventato Segretario del Psi. In seguito ha poi assunto la carica di presidente della Direzione e del Comitato Politico Ds, concludendo poi la sua carriera al Senato, dove è stato Presidente della Commissione Finanze e Tesoro fino al termine della XV Legislatura, nel 2008.

Reputation Review lo ha incontrato nella sede romana della sua Fondazione, in via Sistina, per una chiacchierata a tema “lavoro”.

Come è cambiato il mondo del lavoro negli ultimi vent’anni, e contemporaneamente il sindacato e la tutela dei lavoratori?

Devo osservare che, mentre ovviamente il mondo del lavoro si è evoluto moltissimo, anche per via delle nuove tecnologie, quello del sindacato in questi ultimi anni è rimasto praticamente immobile. Il sindacato ha conosciuto il suo periodo “d’oro” tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta. All’epoca vivevamo in una Italia “bigotta” con un forte senso dell’autorità, che però stava realizzando il suo “miracolo economico”, con la grande trasmigrazione dei lavoratori dal Sud al Nord e l’incremento del lavoro femminile. Tuttavia nel mondo del lavoro non esistevano diritti, gran parte dei lavoratori erano operai o braccianti con un livello di istruzione che non oltrepassava la quinta elementare, la persona del lavoratore non era rispettata, e gli incidenti erano all’ordine del giorno.

Un terreno fertile per lo sviluppo dei sindacati.

Che infatti furono capaci di cogliere la situazione, e combatterono per le riforme, trasformando la protesta in proposta, conquistando lo statuto dei lavoratori e sconfiggendo il tentativo di soffocare le loro battaglie. La loro arma segreta fu l’unità delle sigle, ma anche e soprattutto la solidarietà tra tutti i lavoratori, a Nord come a Sud.

Oggi le cose sono un po’ diverse.

Oggi prevale l’individualità, ed è cominciata la decadenza. Il sindacato si è impigrito, ha perso il suo ruolo e la capacità di progettazione. Lavora sulla “conservazione”, utilizza termini come “difendere” i lavoratori. Ma se il sindacato parla di “difendere” significa che è contento di come stanno le cose, e quindi non potrà fare altro che arretrare. Mentre invece sarebbe ora di parlare di “valorizzare”. Valorizzare i giovani, le donne, il Mezzogiorno, e quindi di lavorare in chiave propositiva.

L’osservazione sull’uso dei termini è interessante.

A questo proposito, faccio osservare ancora una cosa. Se lei ascolta un politico o un sindacalista esprimere la propria opinione, oggi lo sentirà dire “io credo”. Un tempo si diceva “io penso”. Chi “crede” ha bisogno di un capo, mentre chi “pensa” ha bisogno di un gruppo, di una solidarietà, di un sindacato. Il vero dramma di questo momento storico è che le persone sono disposte a “credere”, piuttosto che a “pensare”. Giuseppe De Rita racconta che Giulio Pastore, il fondatore della CISL, faceva il possibile per circondarsi di persone capaci. Oggi invece i politici si circondano di “fedeli”.

E tornando al sindacato?

Il sindacato oggi non emoziona più, e il sindacalista è diventato una specie di “nobile” decaduto che si fregia di un passato glorioso. Non possiede la padronanza delle nuove tecnologie, non ha più la capacità dai fare comunicazione. Persino un’istituzione millenaria come la Chiesa è stata capace di rivoluzionare il suo modo di comunicare, il sindacato invece è rimasto autoreferenziale. Gli sarebbe davvero necessario rifondarsi, tornando all’umiltà.

Parliamo ora di Reputazione. Cosa vuol dire per un sindacalista o per un politico, e in generale nel mondo del lavoro?

Io penso che la Reputazione di chiunque, tanto più quella di un sindacalista o di un politico, si debba fondare sul rispetto per le persone, alle quali è sempre necessario dare pari dignità. Mi viene in mente l’esempio della Svezia, Paese nel quale potevi incontrare il Re che faceva la spesa al supermercato. Quale migliore indicatore per la sua Reputazione di democrazia?

Senza dubbio.

E restando a tema Reputazione, penso che il sindacato abbia commesso un grave errore nell’aver allentato le maglie della flessibilità del lavoro. Mentre le sue più belle battaglie le ha combattute contro la discriminazione. L’ “umanesimo” è uno dei caratteri più forti della vera Sinistra: oggi si discute solo di mercato, finanza, globalizzazione, e invece è assolutamente necessario un ritorno all’umanesimo. Anche perché le ingiustizie sociali e le discriminazioni stanno nuovamente crescendo.

E in che modo dunque si può costruire una “buona” reputazione, secondo lei?

Preoccupandosi per prima cosa degli altri. Sandro Pertini amava dire: «Io non mi sono mai servito del Partito, ma l’ho sempre servito». È una frase forse un po’ retorica, ma vera. E rende molto bene l’idea.

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