Giuseppe De Bellis Direttore di SKY TG24

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a cura di Elisabetta Colangelo

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Il mio TG dedicato e resiliente

 

Già condirettore di Sky Sport, dopo una parentesi alla guida del mensile Condé – Nast GQ, Giuseppe De Bellis è approdato alla rete all-news Sky TG24 nel ruolo di direttore responsabile. E a poco più di un anno dal suo insediamento, la testata risulta al primo posto per Reputazione nella classifica dei media italiani che pubblichiamo in questo numero di Reputation Review nelle pagg. 14 e 15. Nell’intervista che state per leggere ci racconterà come è stato possibile raggiungere un risultato così importante.

Siete al numero 1 per Reputazione tra i media italiani. Come commenta questa notizia?

Certamente è una grande soddisfazione: la Reputazione è sinonimo di qualità, significa che la testata è ritenuta credibile, e questo è il miglior riconoscimento per il lavoro che svolgiamo tutti i giorni. Ma evidenzia anche ulteriori responsabilità: la sfida a fare in modo che questa posizione non si perda, in un momento molto complicato per l’informazione. E anche ad ammettere gli errori con trasparenza e tempestività, come abbiamo fatto nel caso del festival di Sanremo. (Sky TG24 ha diffuso per errore il nome del vincitore poco prima della proclamazione ndr).

Lei è alla direzione di Sky TG24 da un anno, in che modo ha lavorato per arrivare a questo risultato?

Devo premettere che sono partito da una posizione di vantaggio, perché ho ereditato un brand editoriale con una Reputazione già eccellente, che mi sono impegnato a confermare e a traghettare nel futuro. In questo senso oggi abbiamo deciso di dedicarci in particolare agli approfondimenti e alla spiegazione delle notizie.

Con quale approccio?

In due parole: dedizione e soprattutto resistenza alle tentazioni. Mi spiego meglio. Oggi il mondo dell’informazione vive una fase in cui la tentazione di cedere alla notizia succulenta, immediata e dirompente è sempre dietro l’angolo. In redazione riceviamo notizie infinite, così come i nostri competitor in tutto il mondo, e questo ti può portare a voler vincere la gara della velocità o della primogenitura di una notizia. Resistere vuol dire prendersi il giusto tempo per verificare ed elaborare ogni informazione, e divulgarla solo dopo aver fatto il necessario per accertare che sia vera. Le faccio un esempio.

Prego.

Quando lo scorso gennaio è scomparso il cestista americano Kobe Bryant siamo stati il primo media italiano a dare la notizia. Il sito americano TMZ l’aveva già pubblicata e diversi giornalisti sportivi l’avevano ripresa sui loro social personali. Tuttavia, noi l’abbiamo data solo dopo aver fatto tutte le verifiche, lavorando con velocità ma nello stesso tempo con scrupolo, e resistendo alla tentazione di attribuircene la paternità. Un lavoro esemplare, di cui sono orgoglioso, pur trattandosi della notizia di una tragedia.

Parlando di affidabilità, quali sono secondo lei le testate internazionali che oggi godono di maggiore Reputazione?

Le agenzie internazionali come Reuters e AP, spesso fonti primarie di molte notizie di interesse globale. E personalmente, stimo il Financial Times. Penso che la cosa più importante per garantire credibilità sia il sapere che cosa è nelle proprie corde e investire su quello. Il Financial Times per esempio, non si sente in obbligo di affrontare tutti i temi, ma si occupa di quello di cui è competente, oppure rilegge le notizie utilizzando il filtro dell’economia, che è la sua specificità. E questo lo rende molto credibile.

Oggi la velocità di circolazione e la capacità di diffusione delle notizie ha un impatto molto significativo sulla buona o cattiva Reputazione di un’organizzazione. Parlando di aziende, in che modo è possibile governare l’interesse delle testate giornalistiche?

Per prima cosa, lavorando sulla propria trasparenza. La credibilità di un’azienda si mette alla prova quando affronta una crisi: è quella la cartina di tornasole della sua Reputazione. E il danno che subirà, nel momento in cui circola una “cattiva” notizia, è proporzionale alla sua mancanza di trasparenza. In questo senso è indispensabile che, nel momento in cui comunica, l’azienda si sforzi di capire bene il mondo e il linguaggio dei media, parli loro con chiarezza e li aiuti a farsi comprendere. Invece uno degli errori più importanti che vengono commessi è quello di provare diffidenza.

In che modo è possibile aiutare i media a farsi comprendere?

Per esempio organizzando workshop e non comunicando semplicemente col classico press release. La nostra redazione è inondata di comunicati: il 95% di quelli relativi ad aziende medio/piccole li leggiamo distrattamente, perché sono troppi.

Quindi ogni azienda deve trovare una giusta formula.

E io ritengo che tutte debbano diventare anche media company, ovvero editrici di sé stesse, come già fanno alcune aziende importanti. Red Bull, per esempio, edita un sito di news che attrae la comunità degli appassionati di sport estremi a cui fa riferimento, e nello stesso tempo crea interesse anche nei media tradizionali. La multinazionale British Petroleum, dopo il disastro ambientale causato nel 2010 nel golfo del Messico, ha deciso di aprire una propria divisione media che ha dato modo alle testate di tutto il mondo di accedere facilmente e in modo trasparente alle informazioni che la riguardano.

Lei è stato per anni cronista sportivo e poi condirettore di Sky Sport, ci fa un esempio di buona gestione di Reputazione sportiva?

Per quanto mi riguarda, la migliore Reputazione ce l’ha la lega basket americana NBA: è una media company e ha un grande rispetto per il pubblico e la stampa. I suoi giocatori, gli allenatori e i dirigenti hanno l’obbligo di confrontarsi con i media, e i giornalisti accedono ancora agli spogliatoi. Possiede un codice rigoroso per il razzismo, e chi non lo rispetta viene buttato fuori, fosse anche lo stesso proprietario di club. Ed è sempre proattiva se succede qualcosa: quando è morto Kobe Bryant, uno dei suoi protagonisti più importanti, i club hanno continuato a giocare, comunicando che era il miglior modo per onorare il compagno scomparso.

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