Il calcio nell’era dei social

bruno chiavazzo
a cura di Bruno Chiavazzo

Il calcio nell’era dei social

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Tre casi che mi hanno colpito: il primo riguarda Riccardo Montolivo e la bruttissima figura fatta dalla dirigenza del Milan a proposito della sua cacciata. Montolivo, centrocampista di vaglia, nazionale italiano e capitano del Milan è stato tenuto per un intero anno in panchina e poi licenziato senza nessuna spiegazione.

Mai uno sfogo sui giornali, mai un comportamento scorretto in campo. Da milanista esprimo tutta la mia solidarietà a Riccardo e riporto, affinché il nuovo direttore sportivo del Milan, Paolo Maldini, altra bandiera, a cui toccò più o meno la stessa sorte quando si ritirò, rifletta. Ecco quanto scritto da Montolivo su Instagram, l’unico spazio disponibile che gli hanno lasciato: “Sette stagioni con questa gloriosa maglia, 4 anni con la fascia di Capitano al braccio. Poi, mi hanno tolto la fascia e non ho fiatato, non ho potuto fare un solo minuto in campo e non ho fiatato, non ho avuto la possibilità di salutarvi nel mio stadio e non ho fiatato. Tutto questo fiato risparmiato lo uso per urlare grazie tifosi rossoneri, grazie da un Capitano e un uomo ferito ma che continuerà ad andare a testa alta, consapevole di aver fatto sempre e in ogni ambito il proprio dovere da professionista. Le ferite si cicatrizzano, l’amore per la maglia rimane per sempre…forza Milan!”.

Il secondo caso riguarda El Shaarawy, l’attaccante della Roma con la cresta, che ha investito su una “app” che sfrutta il potenziale delle principali piattaforme di messaggistica per unire i club del calcio e i propri tifosi. Stanno, infatti, crescendo le start up che si occupano di sport e gli sportivi che investono i loro guadagni in nuove tecnologie. In Spagna, ad esempio, sono noti i casi Gerard Piquè e di Sergio Ramos. Il primo, difensore del Barcellona, ha investito in “Kerad Games”, una start up di videogiochi; il secondo, terzino del Real Madrid e capitano della nazionale spagnola, ha invece puntato su “Faver”, una app che aiuta a scegliere cosa fare nel tempo libero, segnalando eventi e mettendoli in vendita a prezzi scontati. Tornando in Italia, si segnala Ivano Bonetti, ex calciatore della Juventus e allenatore, che ha lanciato la start up “SkudoWave”, per proteggere gli Iphone e ridurre i danni causati dai campi magnetici, e Gianluca Vialli, ex attaccante della Juve e della Nazionale, con “Tifosy”, una piattaforma di crowdfunding che ha curato il collocamento del primo mini-bond del calcio italiano per conto del Frosinone. Lo scettro dei nuovi sportivi “tecnologici” resta, però, al romanista El Shaarawi che aveva già investito un milione di euro in “Whoosnap”, un’impresa nata nell’incubatore romano della Luiss che permette alle aziende di ottenere foto e video on demand in tempo reale.

La start up nata per il giornalismo sportivo si è avvicinata, successivamente, alle compagnie assicurative attraverso “Insoore”, specializzata nel fornire documentazione fotografica in real time in caso d’incidenti. Si chiama “Zerograde”, una start up trevigiana, invece, l’ultima incursione finanziaria di Stephan El Shaarawi e di suo fratello Manuel, che serve come app di messaggistica per gli influencer del web. Mentre WhatsApp e Telegram consentono di comunicare rapidamente con i propri contatti, in “Zerogrado” il dialogo aperto è esclusivamente tra il “vip” e la sua audience. La startup ha raccolto oltre 1,3 milioni di euro e tra gli investitori c’è anche il rapper Fedez, marito della influencer Chiara Ferragni. In Italia, come si sa, teniamo tutti famiglia.

Il terzo caso riguarda, per così dire, i giocatori distratti, “stanchi” per aver giocato alla play per troppe ore o a messaggiare sui social. L’allenatore del Southampton, squadra di Premier League inglese, Ralph Hassenhettl, di origine tedesca (ca va sans dire), ha detto basta e ha vietato ai giocatori biancorossi di accedere al wi-fi negli hotel prima delle partite e negli spogliatoi.

«Ero contrario a questi giochi nel mio ultimo club – ha detto Hassenhuettl che proviene dai tedeschi del Lipsia – I giocatori giocavano fino alle 3 di notte prima di una partita, devi essere attivo e proteggerli. Non è un piccolo problema, se sei onesto, è come una dipendenza da alcool o droghe, questo significa che devi proteggere i giocatori ed è qualcosa che dobbiamo fare come club e proteggerli significa aiutarli a non passare così tanto tempo su queste cose».

E ancora: «Finché non è definita dal governo ufficialmente come una malattia – spiega ancora Hassenhuettl – dobbiamo proteggere i giocatori a modo nostro. Se si trattasse di una malattia, sarebbe facile dire alle compagnie che forse devono mettere un blocco dopo tre ore, ad esempio. Altrimenti blocchiamo il wi-fi in hotel per la sera, impedendo loro di giocare».

Insomma, se un tempo compito di allenatore e staff tecnico era sgombrare dai ritiri i tavoli da poker nelle stanze dei calciatori o evitare le incursioni di donnine allegre, oggi i club devono difendersi dalla tecnologia tanto che, a quanto riporta il tabloid inglese “Sun”, un big del calcio inglese ha giocato a Fortnite fino a 16 ore al giorno, a volte saltando addirittura l’allenamento.

bruno chiavazzo
a cura di Bruno Chiavazzo

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