Marco Bentivogli Segretario Generale FIM CISL

BRUNO CHIAVAZZO_MODEARATORE
a cura di Bruno Chiavazzo

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Una manutenzione straordinaria per il sindacato

 

Marco Bentivogli, 49 anni, alla guida dei metalmeccanici della Cisl, è un sindacalista d’avanguardia, non solo nell’Italia dove prevale la retorica dei diritti acquisiti, lo sarebbe anche a livello europeo. Convinto della necessità di rinnovamento del sindacato, è stato componente della commissione del Ministero dello Sviluppo Economico per l’elaborazione di una strategia nazionale sull’intelligenza artificiale.

“Contrordine Compagni, manuale di resistenza alla tecnofobia per la riscossa del lavoro e dell’Italia” (Rizzoli) – il suo ultimo libro sul rapporto tra tecnologia e lavoro – ricorda perché la transizione tecnologica è un fenomeno che si deve governare.

Da segretario generale dei metalmeccanici della Cisl e uomo del sindacato hai recentemente dichiarato “Mi fa infuriare vedere che il sindacato non è più alla testa della battaglia per le riforme”. Come pensi che il sindacato si possa riprendere questo ruolo?

Il sindacato, come ho scritto nel mio primo libro (“Abbiamo rovinato l’Italia? Perché non si può fare a meno del sindacato.” Ed. Castelvecchi), per sopravvivere al cambiamento in atto, ha bisogno di fare scelte Radicali, Rifondatrici, Rigeneratrici. Radicali perché i ritardi nell’autoriforma hanno reso vana la “manutenzione ordinaria”. Rifondative, perché su molti aspetti ci si è allontanati dalle grandi intuizioni originarie, quelle che l’amico Johnny Dotti chiama “miti fondativi”, dentro questi c’è la riscoperta del sindacato come soggetto universale di educazione e solidarietà di cui, specie in questi tempi, c’è un gran bisogno.

Rigeneratrici perché oggi anche l’ultimo lavoratore che si iscrive deve sentire la differenza nei valori positivi, nella fiducia nel progresso, nella giustizia, come tratti distintivi dell’organizzazione a tutti i livelli.

Cosa si può fare per migliorare la reputazione del sindacato in generale e cosa avete in mente per la FIM in particolare?

Il sindacato è uno dei pochi soggetti ad avere ancora un’organizzazione capillare di servizi e rappresentanza nei luoghi di lavoro e nei territori. Questo ci chiama a una grande responsabilità sociale non solo rispetto alle istanze di giustizia e democrazia nei luoghi di lavoro che oggi si vanno ibridando anche con l’infosfera, ma anche e soprattutto di carattere culturale, contro la narrazione della paura del prossimo e del futuro, contro la politica dell’odio, contro la tecnofobia di cui parlo nel mio ultimo libro. Come dice Papa Francesco: il tempo è superiore allo spazio. Dobbiamo riconquistare questa dimensione nel nostro agire politico e sindacale, pensare a interventi che guardino ai megatrend dell’umanità e delle trasformazioni in atto senza lasciarci intimorire e paralizzare dalla paura, ma orientando il futuro con scelte di apertura e respiro.

Hai partecipato alla stesura di “Blockchain Italia – Manifesto per un nuovo bene pubblico digitale” dove consideri Blockchain un tema strategico per lo sviluppo del nostro Paese. Quali strategie si possono mettere in campo per convogliare maggior interesse sulle potenzialità della Blockchain in Italia?

Con Massimo Chiriatti abbiamo lanciato lo scorso anno il manifesto “Blockchain Italia, per un nuovo bene pubblico digitale” perché penso che il nostro Paese, contrariamente a quello che una certa politica e pubblicistica continuano a raccontare, abbia bisogno di stare dentro il gorgo della grande rivoluzione digitale in atto. E per starci dobbiamo orientare e dare contenuto etico alla tecnologia.

Se un bene materiale è “rivale”, ovvero non può essere disponibile a più persone contemporaneamente, un bene immateriale come l’informazione, invece, può essere copiato e traferito a costo praticamente nullo e reso disponibile a più soggetti.

Questa differenza essenziale tra bene materiale e immateriale ha ripercussioni sui modelli competitivi e industriali, ma anche su servizi amministrativi ed economico-sociali. In questo senso la Blockchain è un libro mastro immodificabile, non racchiuso in un server ma diffuso e decentralizzato. La Blockchain con le sue caratteristiche può rappresentare una delle principali infrastrutture tecnologiche dentro cui ripensare il bene pubblico con applicazioni molto concrete che vanno dalla produzione manifatturiera, al ciclo di vita del prodotto, al riciclo, alle norme sullo smaltimento. Ma anche applicazioni inedite basate su nuove forme di rappresentanza e sui contratti intelligenti: smart contract da cui può arrivare un contributo per “aumentare l’umanità del lavoro“.

Come si configura il mercato italiano su Blockchain nei prossimi anni e quali tipologie di valore possiamo mettere in campo?

Sviluppi potenziali sono infiniti, dall’efficientamento della pubblica amministrazione a quello delle filiere produttive del made in Italy, alla tutela ambientale, alle nuove forme di rappresentanza, agli smart contract , e in generale per tutte quelle attività in cui oggi è richiesto in un qualche modo un “libro mastro” che certifichi l’avvenuta transazione. Un potenziale incredibile che se adeguatamente supportato metterà in moto lavoro ed efficienza del sistema paese nel suo complesso.

È chiaro che questo richiede lavorare alla creazione dell’ecosistema digitale e le necessarie competenze per cogliere in pieno questa grande rivoluzione. Oggi la consapevolezza che ci troviamo davanti a un cambio di paradigma di portata storica per l’umanità, come la rivoluzione Neolitica e quella Industriale, è chiaro a pochi. La politica si limita ad una navigazione di cabotaggio che non va oltre l’orizzonte della prossima campagna elettorale.

Il valore del lavoro, della sicurezza, della salute può essere tradotto in un asset digitale, misurabile. Stiamo andando verso un umanesimo digitale? Cosa comporta per i sindacati l’umanizzazione del lavoro misurata attraverso i digital asset?

Assolutamente sì, da inizio anno in Italia stiamo assistendo ad un tragico conto delle morti sul lavoro; siamo ad una media di 3 morti al giorno, Lombardia e Veneto detengono il triste primato, inaccettabile per il secondo paese industrializzato d’Europa. Mancanza di controlli e una scarsa cultura della sicurezza sono alla base di questo stillicidio. Tra l’altro, spesso le dinamiche che stanno dietro alla sequenza di errori che porta all’incidente sono in genere sempre identiche. Questo significa che culturalmente c’è ancora molto da lavorare e, sicuramente, la tecnologia può dare un contributo determinante sia sul piano della cura della sicurezza che della formazione. Pensiamo, ad esempio, all’uso che hanno e possono avere tecnologie come la realtà aumentata e i visori VR, già utilizzati in molte situazioni di addestramento e manutenzioni complesse e pericolose, ma anche i dispositivi embedded, spesso demonizzati anche dalla cultura sindacale tecnofoba, ma che invece possono rivelarsi in molte situazioni dei dispositivi salvavita per i lavoratori. Anche Blockchain può essere d’aiuto, monitorando e certificando tutta la filiera produttiva e le fasi della produzione, molte delle quali, oggi, sono spesso ignote e avvengono “al buio” generando, oltre ad alte inefficienze produttive, danni alla salute e all’ambiente.

Invece, grazie al digitale e alla Blockchain, i processi lavorativi lungo tutto il ciclo della produzione possono essere monitorati in maniera controllata e diffusa, aprendo enormi spazi di lavoro e di migliore utilizzo delle risorse naturali a salvaguardia della salute e dell’ambiente. Pensiamo a quanto sia possibile valorizzare “l’umano” in una filiera del genere in cui ci sono materiali di bassa qualità o nocivi, processi produttivi errati che spesso causano incidenti.

BRUNO CHIAVAZZO_MODEARATORE
a cura di Bruno Chiavazzo

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