Mario Mantovani Presidente della Cida

BRUNO CHIAVAZZO_MODEARATORE
a cura di Bruno Chiavazzo

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Insieme possiamo fare la differenza

 

Presidente Mantovani, partirei dalla situazione generale del Paese: ancora una volta siamo fanalini di coda dell’Europa, crescita zero e  disoccupazione in aumento, un problema che riguarda tutti, compresi i manager pubblici e privati. Cosa pensa di fare la CIDA?

Ci riguarda eccome, la CIDA ha una responsabilità maggiore rispetto a quella di altre organizzazioni perché i nostri associati hanno un ruolo di guida nel Paese, per il ruolo che rivestono nelle imprese e nello Stato. Non dobbiamo solo occuparci della buona gestione delle imprese, ma guardare alla crescita complessiva, economica e culturale, dell’Italia.

Si è investito poco sulle competenze e sulla conoscenza. Bisogna concentrarsi sull’istruzione. Pensare alla crescita delle competenze come un ciclo continuo che dura tutta la vita che non si interrompe alla fine  degli studi e che, anzi, avvia in parallelo un percorso lavorativo, tale da alimentare nuove conoscenze, curiosità, anche in età avanzata. Escludere dalla vita lavorativa e sociale persone che hanno accumulato esperienze impagabili è uno spreco che non ci possiamo più permettere.

A questo proposito in Italia si diventa manager a tarda se non tardissima età rispetto agli altri paesi industrializzati, oltretutto anche con stipendi più bassi. Perché questo?

In Italia, mediamente, i manager rappresentano l’1% della forza lavoro, si arriva al 3% in alcuni settori particolari. A fronte di oltre il 5% degli altri paesi industrializzati. La ragione è dovuta alla natura stessa delle aziende italiane che nella stragrande maggioranza sono di tipo familiare dove la proprietà svolge anche ruoli lavorativi apicali. In queste aziende è normale che il proprietario sia anche amministratore delegato, meno normale è che tutta la famiglia ricopra la prima linea di gestione. Questo ritarda sia l’ingresso di dirigenti che la crescita di figure professionali extrafamiliari presenti in azienda. Inoltre, questo tipo di gestione tende a premiare più la fedeltà che la competenza, favorendo, inevitabilmente, le persone presenti da più lungo tempo e che, magari, sono cresciute a fianco dell’imprenditore.

Anche i settori e i segmenti in cui le aziende operano hanno molta importanza: in quelli più innovativi e dinamici è naturale che avvenga la crescita rapida di manager giovani, in quelli più consolidati, prevalenti in Italia, fanno premio l’esperienza e le relazioni di lunga data.

Risposta più che esauriente. Tuttavia qualcosa sta cambiando. Penso alla rivoluzione digitale, la globalizzazione, la comunicazione, il ruolo assunto dai social media, nuovi elementi che avranno, a mio avviso, un impatto devastante col vecchio modo di condurre sistemi complessi quali sono le imprese di fronte ai mercati globali. Lo stesso problema si pone per la rappresentanza politica e sindacale. Non sono più i “rapporti di forza”, gli scioperi o le manifestazioni di piazza che incidono sulla vita politica del Paese e l’abbiamo visto sul taglio delle pensioni ai dirigenti, ma la capacità di essere in sintonia con le aspettative del mondo produttivo e della risoluzione dei problemi reali…

Le potenzialità dei nuovi media sono molte e sono d’accordo sul fatto che siano state sfruttate in maniera limitata e spesso anche un po’ distorta. Comunicare attraverso questi mezzi nuovi vuol dire rinnovarsi completamente per affrontare il mare aperto della globalizzazione. È necessaria una presenza continua e di qualità tale da consentire un impatto nell’opinione pubblica e nel ceto politico che non si esaurisca in uno spot e che non si disperda nel magma di internet. Dobbiamo seriamente riflettere su come affrontare questa nuova era, che incide profondamente sia nel modo di essere e di comunicare del manager in azienda, sia sul modo in cui rappresentiamo i nostri iscritti.  In ogni caso, credo che molto passi, almeno nell’ambito della dirigenza, dalla credibilità e competenza della persona. Dalla coerenza tra ciò che dice e quello che effettivamente fa, dal suo profilo professionale, dalla sua storia.

Faccio un esempio: talvolta chi arriva a svolgere un ruolo rappresentativo nelle associazioni professionali ha la tendenza a trattare i temi politici con un taglio che io chiamo da “sociologo da bar”, nel senso che, a differenza della risoluzione di problemi concreti in ambito aziendale, è portato ad affrontare temi più generali con analisi di tipo superficiali. È una questione di metodo, di linguaggio, che va adattata alla funzione ricoperta.

L’attuale governo, nato da un contratto tra due forze politiche per certi versi agli antipodi, ha incentrato la sua strategia politica su due questioni: una delle quali è il cosiddetto “reddito di cittadinanza”, un tema particolarmente ostico per la CIDA e per il mondo imprenditoriale e manageriale…

Il reddito di cittadinanza così come  è stato presentato, non si capisce proprio cosa sia e, infatti, sono passati mesi dalla sua approvazione in Parlamento ma ancora non è chiaro chi ne beneficerà e in quale misura. È un ibrido tra una politica del lavoro e un sussidio assistenziale, per di più non integrato con altri strumenti, nazionali e regionali, che coprono le stesse necessità. Forse dovremmo battere il chiodo proprio sugli aspetti tecnici del provvedimento, mettere in risalto le contraddizioni, l’inaffidabilità degli strumenti di controllo. Ad esempio quando si parla di contrasto alla povertà, non si tiene minimamente conto delle “cause” della povertà che sono svariate. Una è sicuramente la dipendenza da droghe, alcol, gioco e quant’altro. Dare in mano soldi a questi soggetti, che andrebbero aiutati in altro modo, immaginando che in breve tempo trovino o ritrovino un lavoro è la cosa peggiore che si possa fare. Noi saremo sempre a favore di misure, che magari non condividiamo  nei principi, in cui le cose siano chiamate con il loro nome e non con espedienti verbali, che siano realizzabili attraverso l’uso di strumenti rigorosi, consolidati e sottoponibili a verifica. L’errore più grosso è mettere tutto insieme a bollire in un unico calderone col risultato di una “sbobba” immangiabile.

BRUNO CHIAVAZZO_MODEARATORE
a cura di Bruno Chiavazzo

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