Nicola Piepoli Fondatore e Amministratore Delegato Istituto Piepoli

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a cura di Elisabetta Colangelo

Nicola Piepoli Fondatore e Amministratore Delegato Istituto Piepoli

Nicola Piepoli

Senza mai smettere di imparare

 

 

Fondatore, Presidente e Amministratore delegato dell’Istituto Piepoli, con sede a Roma e Milano, Nicola Piepoli, classe 1935, è una figura iconica nel mondo della formazione.

Nel corso della sua esperienza professionale ha introdotto in Italia nuove metodologie di ricerca, in particolare nel campo della creatività, fondato l’Istituto di Ricerche di Mercato CIRM (nel 1965), pubblicato numerosissimi testi riguardanti l’opinione degli italiani e le tecniche creative. In più, è una autorità riconosciuta nel campo della sondaggistica, specie in ambito politico, e del problem solving.

Reputation Review lo ha incontrato per una chiacchierata sulle nuove frontiere della formazione.

Qual è la situazione del mercato della formazione in Italia, oggi?

Se parliamo di formazione nei termini della scuola canonica, possiamo dire che il mercato si sta lentamente riducendo. Pensiamo che nel Paese attualmente ci sono 1 milione di docenti e grosso modo 10 milioni di studenti, ma che la popolazione sta diminuendo a causa del declino delle nascite. I demografi stimano che alla fine del secolo la popolazione italiana sarà dimezzata a 30 milioni, mentre oggi arriva a 60, a meno che non venga rimpinguata dall’immigrazione. Tuttavia la formazione è cresciuta nei termini di volume di istruzione per persona, e l’università è molto più diffusa rispetto per esempio a 50 anni fa. Bisogna però notare che la formazione post-universitaria o comunque post studio è scarsissima, salvo che per le scuole specialistiche dedicate all’insegnamento delle lingue straniere. L’alta formazione aziendale, quella di cui mi occupo io per esempio – portando una decina di manager a studiare per 5 giorni le tecniche creative del futuro – rappresenta un mercato estremamente limitato e destinato a pochissimi. Ed è circoscritta a poche scuole, l’università Bocconi, tanto per citarne un’altra. Dunque, in realtà non esiste una vera e propria alta formazione post-universitaria, né aziendale, se non rarissimamente. L’Eni e l’Abi hanno una scuola di formazione aziendale, ma sono eccezioni destinate a poche centinaia di persone.

Quindi chi vuole migliorare la propria preparazione che cosa può fare?

Personalmente ritengo che la cultura sia un fatto personale: se voglio “sapere” dovrò studiare per tutta la vita, costruendo la mia formazione senza mai fermarmi. Cosa che infatti io continuo a fare. Un po’ come gli antichi greci all’Accademia di Atene fondata da Platone. Con la differenza che di scuole così in questo momento ce n’è una sola: l’ENA, École Nationale d’Administration (Scuola Nazionale di Amministrazione, ndr) dove si forma tutta la classe dirigente francese, compreso l’attuale presidente Macron.

Quali sono le competenze da acquisire che avranno più valore nel futuro?

Sicuramente le competenze tecniche, per esempio la capacità di analizzare i Big data, che oggi hanno poche aziende. Tuttavia io sono dell’idea che la cultura è la base di tutto. Se c’è cultura si possono creare sistemi tecnici culturalmente validi, mentre se non c’è si creano soltanto “mostri”. Per cultura intendo il sapere storico filosofico, che oggi viene sviluppato solo nelle università, ma che possiamo acquisire studiando per nostro conto. Io per esempio ho studiato Leonardo da Vinci per tutta la vita, e questo mi ha permesso di sviluppare le mie tecniche di analisi e ricerca di mercato. Perché con la cultura di Leonardo il lavoro viene decisamente meglio: solo un filosofo ha la giusta formazione per studiare le ricerche di marketing e veicolare informazioni corrette ai propri clienti.

Lei quindi consiglierebbe a un giovane una formazione letterario filosofica?

Certamente. Partirei da una laurea in storia o filosofia, perché solo chi è capace di aggregare le informazioni, invece di disgregarle, lavorerà bene. Il nostro secolo sarà dominato dai filosofi, come ai tempi di Platone.

Lei è un professionista che lavora con dati e numeri. Quanto “pesa” poi sul lavoro di un manager, il cosiddetto “istinto”?

L’istinto è importante, ma deve essere guidato dalla mente. E la mente, come ho già detto, ha bisogno di essere guidata dalla filosofia. Chi ha una buona mente sa che deve abbattere un nemico dentro di sé per poter guidare bene gli altri nel percorso per creare ricchezza, o una società migliore.

Crede che il governo dovrebbe intervenire in qualche modo per migliorare il nostro sistema di formazione?

Assolutamente. Bisognerebbe creare grandi centri di pensiero, alte scuole di formazione come l’ENA, che preparino i grandi dirigenti e i grandi manager del futuro, sia pubblici che privati.

Tra le attività principali del suo Istituto ci sono i sondaggi politici. In che modo i risultati dei sondaggi influiscono sulla Reputazione dei politici, e viceversa?

L’opinione pubblica oggi sostiene che siamo noi ricercatori che facciamo la politica, perché forniamo alla classe dei politici le informazioni necessarie a strumentalizzare le opinioni. Ma a questo proposito voglio citare il grande politico francese Charles de Gaulle, che tra l’altro fu proprio il fondatore dell’ENA. De Gaulle sosteneva l’importanza dei sondaggi nella sua attività politica, e utilizzava ben due istituti di ricerca. Diceva: «Mi informo di che cosa vuole l’opinione pubblica, e poi decido che cosa è nell’interesse della Francia, guardando ai secoli che mi attendono». Lo scopo dei sondaggi è dunque quello di fornire informazioni per fare bene la politica, non per strumentalizzare l’opinione pubblica e magari mandare al potere un esponente di partito che in quel momento ha una buona Reputazione. Quello che conta veramente è interpretare i bisogni reali del Paese e seguirli, la vera Reputazione politica quindi deve essere costruita sulle azioni che fanno seguito alle informazioni ricevute dai sondaggi. Il resto ha poca sostanza.

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a cura di Elisabetta Colangelo

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