Riforma Copyright UE. Quando il web va più veloce delle norme

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a cura di Simone Solidoro

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L’avvento dell’informazione digitale e dei social media ha cambiato radicalmente le modalità di fruizione e circolazione delle informazioni. Internet è un mondo dominato dall’iper-abbondanza, e si è lasciato alle spalle quello definito dalla scarsità, dove coloro che controllavano le risorse avevano il potere di determinare il prezzo di accesso ai contenuti. L’attenzione del pubblico oggi è frazionata tra un numero praticamente infinito di contenuti, che raggiungono gli utenti senza un definito ordine gerarchico. E in cui le fonti attendibili si confondono facilmente con quelle non ufficiali o addirittura false. In questo scenario emerge un disequilibrio legato al cambiamento dei rapporti tra editori e fruitori: diventa sempre più difficile per un editore far valere i propri diritti d’autore, frammentati e talvolta dispersi, tra le pieghe del Web.

Nel frattempo si è affermato un nuovo sistema, che forse non è stato pienamente colto da editori e legislatori: gli utenti partono tutti dallo stesso posto, Google. È lì che risiede il potere di indicizzarsi dando rilievo ai propri contenuti con elementi differenzianti, e di conseguenza è lì che si sono trasferiti gli investimenti in pubblicità.

Intanto il disequilibrio rimane tangibile, ma non è etichettabile come un problema economico, piuttosto ha i connotati di una problematica sociale. E il Parlamento Europeo sembra essere proprio caduto in questo tranello.

I dibattuti Articolo 11 e Articolo 13 della proposta di modifica alla direttiva sul copyright dell’Unione Europea – che è nata dalla necessità di rinnovarne i contenuti risalenti al lontano 2001 – hanno l’intento dichiarato di proteggere la creatività, fornendo ai proprietari dei copyright modi più efficaci per far valere i propri diritti online. Nella mia opinione si tratta di un tentativo di fornire una soluzione burocratica al problema, provando a cucire una norma “a misura di editori” con modalità anacronistiche.

Il 29 novembre 2018, l’UE ha approvato la Riforma copyright (438 voti favorevoli, 226 contrari e 39 astenuti), approvando contestualmente le modifiche alle originali formulazioni degli articoli 11 e 13, i quali, tuttavia, rimangono problematici.  E per molti osservatori potrebbero costituire una minaccia alla libera circolazione di informazioni online.

Nel dettaglio, l’Art.11 nasce dall’esigenza di porre fine allo scontro tra gli editori e le grandi piattaforme online, quest’ultime accusate di mostrare articoli senza corrispondere un compenso a chi li ha prodotti e talvolta anche senza permesso.

Nel concreto, porterebbe all’istituzione di una vera e propria tassa a carico di piattaforme come Google e Facebook, da pagare agli editori per condividere i loro contenuti. Questa tassa, come ha evidenziato l’Europarlamentare tedesca Julia Reda, è un attacco alla natura stessa dei “link”, in quanto i cosiddetti “snippet” permettono all’utente di conoscere in anteprima i contenuti a cui rimanda il collegamento. La snippet tax favorirebbe anche il proliferare delle fake news: rendendo costosa pubblicazione dei link si disincentiva la condivisione di informazioni provenienti da fonti attendibili e si incentivano le pubblicazioni false, che godrebbero, per altro, di una minore concorrenza di fonti legittime.

Esaminando l’Art. 13, si intuiscono bene le ragioni delle contestazioni. Questa parte della riforma costringerebbe le grandi piattaforme che ospitano enormi quantità di informazioni – Facebook, YouTube, Instagram – a monitorare e bloccare tempestivamente i contenuti protetti da copyright. L’eventuale approvazione della direttiva eliminerebbe l’attuale sistema di “notifica e rimozione” richiesto agli utenti responsabili di violazioni del copyright al momento del caricamento del contenuto online, sollevando i detentori dei diritti dall’onere del controllo.

La riforma si mostra lacunosa in merito alla natura dei sistemi da implementare. I sostenitori della direttiva auspicano la possibilità di estendere a livello globale sistemi di controllo automatizzati come il Content ID di YouTube. Tuttavia, una tecnologia capace di filtrare simultaneamente tutti i contenuti che viaggiano in rete, attualmente non esiste. Inoltre, se pur applicati, tali sistemi difficilmente riuscirebbero a distinguere l’uso realmente illegittimo dalla satira o dalla parodia.

Soltanto le piccole imprese sarebbero esentate dal setacciare preventivamente i contenuti caricati. Tale eccezione, tuttavia, non risolverebbe ugualmente una delle problematiche più importanti, ovvero l’anti economicità e la difficoltà di gestione dei sistemi di controllo.

Dal quadro generale, a mio avviso, si manifesta anche un serio problema di disparità territoriale per quanto riguarda la disponibilità dei contenuti. Il rischio è che i cittadini dell’UE si ritrovino sotto una campana di vetro dove le informazioni vengono filtrate prima di poter circolare come nel resto del mondo.

Ora si attendono i negoziati, poi gli Stati Membri potrebbero avere fino a due anni per recepire la direttiva nel diritto nazionale. Tuttavia, la vicenda offre già importanti spunti di riflessione. Un’azienda corre un grosso rischio se veicola la propria comunicazione online interamente sui social, in quanto queste piattaforme possono cambiare improvvisamente le regole, facendo perdere il controllo sui contenuti online. È importante che un’organizzazione abbia  una forte identità digitale, ma anche che a questa venga affiancata una massiccia strategia di comunicazione offline, tale da rendere l’organizzazione più resiliente alle perturbazioni nella rete.

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