Cinquemila dollari a ogni cittadino americano maggiorenne, a patto che i repubblicani mantengano il controllo del Congresso alle midterm di novembre. È il “Trump Dividend”, annunciato dal presidente il 9 settembre alla convention repubblicana di Dallas e presentato dalla Casa Bianca non come un sussidio, ma come una restituzione agli americani della crescita economica e dei risultati conseguiti dall’amministrazione. Manca però, a oggi, un testo legislativo che definisca: beneficiari, eventuali limiti di reddito, trattamento fiscale e, soprattutto, copertura finanziaria.
Ed è proprio sui conti che la proposta comincia a vacillare. Il Committee for a Responsible Federal Budget (CRFB), organizzazione indipendente che analizza i conti federali, stima che un pagamento generalizzato di $5.000 nel 2027 costerebbe oltre $1.200 miliardi, più del 3,5% del prodotto interno lordo. La National Taxpayers Union arriva, addirittura, a stimare un incremento del debito fino a $1.850 miliardi.
I maggiori introiti doganali, evocati come possibile copertura, non risolvono il problema. Il CRFB osserva, infatti, che le nuove entrate tariffarie sono inferiori a $200 miliardi l’anno e risultano già comprese nelle proiezioni fiscali. La questione non è soltanto contabile. Quando una promessa è presentata come autofinanziata, la verificabilità della copertura diventa parte integrante della credibilità del messaggio. Ed è qui che la misura smette di essere un tema di politica interna e diventa un segnale ai mercati. Erica York della Tax Foundation avverte che un’immissione di liquidità di questa portata, in un’economia vicina alla piena capacità produttiva, rischia di alimentare l’inflazione e di comunicare che Washington non intende affrontare seriamente lo squilibrio dei conti pubblici, con possibili ricadute sui tassi Fed e sui rendimenti dei Treasury.
Anche sul piano politico, la strada resta lunga. Un programma di questa portata richiede l’approvazione del Congresso, non una semplice decisione presidenziale, come lo stesso speaker della Camera, Mike Johnson, ha ammesso. Peraltro, all’interno del partito repubblicano non mancano le voci critiche circa il costo e l’opportunità economica dell’intervento.
È indubitabile la forza comunicativa della proposta: un importo preciso, un beneficio personale e un legame diretto con il risultato elettorale. Riduce una politica economica complessa a una promessa comprensibile in pochi secondi. Proprio questa efficacia, però, non accompagnata da una chiara architettura normativa, rischia di rivelarsi un pericolosissimo boomerang, non solo nei confronti degli elettori – basti pensare agli effetti di un’eventuale mancata attuazione o di una successiva revisione dei beneficiari -, ma soprattutto nei confronti dei mercati finanziari. Il rischio è che l’assegno da 5.000 dollari si trasformi, ai loro occhi, da dividendo della crescita a ulteriore dividendo sul debito pubblico.
Non è peregrino, dunque, definire il “Trump Dividend” come un caso di studio sulla reputazione pubblica, prima ancora che una proposta fiscale. La sua efficacia iniziale deriva dalla trasformazione del bilancio federale in una narrazione aziendale, in cui l’America produce risultati e li distribuisce ai propri “azionisti”. Ma uno Stato non dispone degli utili di una società privata; opera attraverso imposte, spesa, debito e autorizzazioni parlamentari. La metafora funziona soltanto finché queste differenze non diventano visibili.