Anna Manunza, la forza gentile dei ponti culturali

Anna Manunza, la forza gentile dei ponti culturali

Anna Manunza, che è intervenuta ai microfoni de ilNewyorkese nel podcast Ritratti di Claudio Brachino ha raccontato un percorso personale diventato, nel tempo, un vero progetto collettivo.

Un cammino fatto di radici profonde e di uno sguardo sempre rivolto oltre l’orizzonte, «con l’idea costante di costruire ponti e non muri», come lei stessa ama ripetere.

«Sono nata in Sardegna, nella provincia di Oristano, in un paese che si chiama Cabras, a cui sono ancora profondamente legata», racconta Anna, ripercorrendo le tappe iniziali di una vita segnata fin da subito dal movimento e dall’apertura al mondo. Gli studi universitari a Cagliari, l’Erasmus in Germania, l’incontro con John, futuro marito, segnano l’inizio di un’esistenza internazionale.

«È stato un incontro che mi ha letteralmente cambiato la vita», confessa, ricordando come da lì siano iniziati anni di spostamenti, tra Germania, Europa e infine Stati Uniti.

«In questi ventitré anni insieme abbiamo vissuto in tantissimi Paesi», spiega, sottolineando come l’identità, per lei, non sia mai stata una gabbia ma una bussola.

L’approdo a Los Angeles, però, non è stato indolore. Anna lo ricorda senza filtri, con una sincerità rara. «Per me è stato un vero trauma all’inizio, sono una persona che ha bisogno di tempo per adattarsi ai cambiamenti e questo è stato particolarmente difficile».

La distanza dall’Europa, la sensazione di aver perso punti di riferimento, la malinconia: «Per i primi sei mesi sono stata anche un po’ depressa, lo dico con sincerità».

Poi l’incontro decisivo, quasi casuale, con un connazionale che l’ha introdotta al “sistema Italia” di Los Angeles: «Mi ha portata agli eventi dell’Istituto Italiano di Cultura e da lì è nata la mia passione per le attività comunitarie».

È da quel momento che il percorso personale di Anna Manunza si è intrecciato indissolubilmente con quello della comunità italiana e italo-americana: «Quell’incontro fortuito è stato il motore di tutto».

Vivere a Rancho Palos Verdes, a pochi passi da San Pedro, significa entrare in contatto con «la comunità italo-americana più grande della California», composta in larga parte da famiglie di origine ischitana e siciliana. «Attraverso San Pedro sono entrata a far parte della Little Italy of Los Angeles Association e da lì il mio coinvolgimento è diventato sempre più intenso.

Accanto al lavoro comunitario, Anna porta avanti una carriera professionale di primo piano: «Lavoro come manager e sono responsabile del mercato europeo dell’azienda», racconta, spiegando come il suo ruolo la porti a viaggiare costantemente tra Stati Uniti ed Europa.

Un equilibrio non sempre semplice, ma che riflette perfettamente la sua identità: «Mi sento profondamente italiana, ma anche cittadina del mondo».

Dalle sue parole emergere una visione moderna dell’emigrazione, lontana dagli stereotipi.

Il riconoscimento ufficiale di questo impegno è arrivato nel 2025, con l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia, conferita dal Presidente Mattarella: «È stato uno dei momenti più belli della mia vita, un riconoscimento totalmente inaspettato».

Un titolo che per lei non rappresenta un traguardo personale, ma «la conferma che il lavoro fatto in silenzio, giorno dopo giorno, può davvero fare la differenza». Negli ultimi dieci anni, spiega, «sono stata molto attiva nella comunità italo-americana di Los Angeles, sempre con l’idea di fare da ponte culturale».

Tra i progetti più significativi che ha contribuito a sviluppare c’è stato il Villaggio Italia realizzato in occasione della tappa a Los Angeles dell’Amerigo Vespucci: «Ho collaborato come contatto e ponte durante il tour mondiale. È stato un lavoro straordinario, perché ha mostrato un’Italia capace di presentarsi al mondo in modo moderno, inclusivo, orgoglioso della propria storia».

Lo stesso spirito che ha animato un’altra iniziativa diventata simbolica: la stella di Luciano Pavarotti sulla Walk of Fame.

«Mi sembrava impossibile che non ci fosse», ricorda, raccontando come, da un’idea nata quasi per caso, sia scaturito un progetto internazionale. «Per me, che amo profondamente la musica classica, è stato un momento davvero speciale».

L’impegno con la Little Italy of Los Angeles Association si è tradotto anche in eventi popolari di grande impatto: «Quando abbiamo iniziato partecipavano poche migliaia di persone, l’anno scorso siamo arrivati a 35 mila».

Numeri che testimoniano una fame di identità e condivisione: «Vedere persone correre per le strade di Los Angeles con la bandiera italiana addosso è qualcosa che mi riempie di orgoglio».

Lo sguardo di Anna Manunza è però già rivolto al futuro: «Sto lavorando a un’altra stella sulla Walk of Fame, e sto scrivendo un libro sull’immigrazione italiana in California».

Un’opera che nasce dall’ascolto, dall’empatia, dalla consapevolezza che «ogni persona che incontro ha una storia degna di un libro». Come quella della famiglia sopravvissuta al naufragio dell’Andrea Doria: «Aiutarli a riacquisire la cittadinanza italiana è stato uno dei momenti più emozionanti della mia vita».

Alla fine, il senso di tutto questo percorso emerge con chiarezza nelle sue parole: «Un grande privilegio. Raccontare queste storie significa dare senso al nostro passato e costruire ponti per il futuro».

È forse questa la cifra più autentica del suo impegno: trasformare la memoria in azione, l’identità in dialogo, l’emigrazione in una ricchezza condivisa.

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