Elena Azzaro è una modella italiana di origini siciliane, oggi basata a New York. Lavora tra Stati Uniti ed Europa e ha costruito il suo percorso attraverso shooting editoriali, campagne pubblicitarie e sfilate, collaborando con diversi brand, tra cui Vivienne Westwood e Armani. La sua presenza è definita da un’immagine classica ma decisa e da una grande versatilità davanti alla macchina fotografica. Con radici italiane e una visibilità internazionale in crescita, rappresenta una nuova generazione di modelle italiane che stanno costruendo la propria carriera dentro i mercati globali della moda.
Il tuo lavoro si muove tra immagine e interpretazione: quanto di ciò che vediamo ti rappresenta davvero e quanto invece viene costruito appositamente per la macchina fotografica?
Il mio lavoro implica sempre la costruzione di un personaggio. Ogni volta c’è una storia da raccontare e un brand da rappresentare, quindi devo interpretare un ruolo. È un po’ come recitare in silenzio. A volte il personaggio rispecchia la mia personalità, altre volte no, ma è proprio questo che mi piace: poter entrare in ruoli diversi.
La moda cambia spesso molto velocemente, mentre l’identità resta più stabile. Come riesci a mantenere la tua identità in un settore basato sulla reinvenzione continua?
È una domanda molto interessante. Noi modelle siamo un po’ come tele su cui i clienti proiettano la loro visione. Per questo spesso ci viene chiesto di essere neutrali. Però, con il tempo, sviluppi uno stile personale, ed è quello che ti distingue davvero. Anche se il sistema tende a uniformarti, alla fine l’autenticità vince sempre.
C’è una differenza tra essere visti ed essere ricordati. Che cosa fa restare un’immagine nella mente delle persone?
Un’immagine resta quando suscita un’emozione, positiva o negativa che sia. È il risultato di tanti elementi: la luce, l’espressione, l’atmosfera… come in un quadro. Se ti smuove qualcosa, allora è una buona fotografia.
C’è un’immagine della tua carriera a cui sei particolarmente legata?
Non ne ho una sola. Ci sono stati tanti shooting importanti, ognuno per motivi diversi. È difficile sceglierne uno soltanto.
Ti ricordi la tua prima Fashion Week?
Sì, avevo il cuore a mille. Pensavo che con il tempo quella sensazione sarebbe sparita, invece è ancora lì. Ed è anche ciò che ti fa sentire viva.
Hai lavorato con estetiche e narrazioni molto diverse: ti è mai capitato di sentirti rappresentata male o fraintesa in un progetto?
No, di solito è tutto molto chiaro: c’è un moodboard e ci sono indicazioni precise. Parte del nostro lavoro è adattarci al progetto. Ho sempre lavorato in ambienti rispettosi. Però è importante dire che, se qualcosa ti mette a disagio, bisogna parlarne. Non se ne parla sempre abbastanza, ma è essenziale sapere quando dire no.
Nella moda, la bellezza è spesso definita da standard esterni. Hai trovato una tua definizione personale di bellezza o è qualcosa che continua a cambiare?
È qualcosa che continua a evolvere. Personalmente trovo la perfezione nell’imperfezione. In questo settore si vedono tanti tipi di bellezza, ma spesso sono proprio le imperfezioni a rendere una persona interessante e unica. Anche ciò che consideri un difetto può diventare il tuo punto di forza. L’omologazione esiste, ma alla fine ciò che emerge davvero è essere sé stessi.
Qual è una cosa che fai sul set e che nessuno ti ha insegnato?
Il modo in cui mi muovo e poso. Ho studiato danza classica per molti anni e questo mi ha dato consapevolezza del corpo e fluidità. È qualcosa che mi viene naturale ed è difficile da insegnare.
Essere italiana porta con sé un’identità culturale forte: ha influenzato il tuo modo di lavorare o il modo in cui vieni percepita all’estero?
Sì, soprattutto all’estero viene visto come un valore. Negli Stati Uniti, per esempio, gli italiani sono molto apprezzati. In passato, però, le modelle italiane a volte venivano un po’ messe da parte proprio in Italia. Per fortuna questa cosa è cambiata.
Il lavoro della modella viene spesso sottovalutato. Che cosa ti piacerebbe chiarire?
Che non si tratta solo di “essere belle”. È un lavoro che richiede tecnica, resistenza fisica e mentale, viaggi continui, tante ore di lavoro e capacità di adattamento. Poi ci sono le relazioni e la gestione della propria immagine sui social: è davvero un lavoro a 360 gradi.
Secondo te l’industria della moda sta davvero cambiando sul piano dell’inclusività?
Rispetto a 10 o 15 anni fa, sì, è più inclusiva. Però sulle passerelle c’è ancora tanta strada da fare, soprattutto per quanto riguarda le taglie. Negli shooting editoriali si vede più varietà, sulle passerelle molto meno, soprattutto in Europa.
Qual è la parte meno visibile del tuo lavoro?
Tutto quello che succede dietro le quinte: agenzie, casting, management. E poi l’incertezza: non sai mai quando lavorerai. Non è un lavoro stabile come altri.
Quanto conta la disciplina in questo lavoro?
È assolutamente essenziale. Devi prenderti cura di te: alimentazione, allenamento, energia, e tanta forza mentale. Anche la sicurezza in sé stessi è molto importante. Non è semplice come può sembrare.
Hai mai avuto momenti particolarmente difficili nella tua carriera, tali da farti mettere tutto in discussione?
Non proprio, ma essere scartata in alcuni casting a cui tenevo molto è stato difficile. Però non ho mai messo in discussione me stessa o la mia passione. Ho sempre continuato a credere nel mio lavoro, nei miei obiettivi e in me stessa.
Che consiglio daresti a chi vuole iniziare a lavorare nella moda?
Di non iniziare troppo presto: meglio dai 18 anni in poi. Informatevi, parlate con altre modelle e fate attenzione alle agenzie. È un lavoro bellissimo, ma anche molto impegnativo.
Hai nuovi obiettivi o progetti per il futuro?
Sì, sto lavorando a nuovi progetti legati al food e anche al cinema, tra Italia e Stati Uniti. Non posso dire troppo per ora, perché sono ancora in fase di sviluppo, ma ci saranno tante novità.
L’articolo Elena Azzaro: “Sapere quando dire no” proviene da IlNewyorkese.