L’uomo che ha ricablato l’hip-hop italiano, da Napoli a New York

L’uomo che ha ricablato l’hip-hop italiano, da Napoli a New York

Poche figure nella storia della musica italiana incarnano l’idea di pioniere quanto lui. Frontman de La Famiglia – il collettivo napoletano che negli anni Novanta portò per primo l’hip-hop in dialetto napoletano sul mercato nazionale – Polo è stato molto più di un rapper. È stato un organizzatore, un grafico, un punto di riferimento per un’intera generazione che avrebbe poi incluso nomi come Clementino e, più recentemente, Geolier, la cui esibizione in napoletano al Festival di Sanremo ha scosso la cultura pop italiana. La Famiglia pubblicò nel 1998 un album interamente in dialetto: una provocazione culturale e politica, in un momento in cui il Sud Italia veniva abitualmente liquidato e denigrato nel dibattito nazionale. Quel disco aprì una porta che molti artisti avrebbero attraversato negli anni successivi. Polo si è poi trasferito a New York, dove ha gestito Farinella Bakery, una pizzeria diventata di culto in città, continuando intanto a rappare di notte, senza mai fermarsi. Ora, a 54 anni, è tornato in studio con La Famiglia: per indicare ancora una volta una via d’uscita dal caos.

Com’è iniziato il tuo rapporto con l’hip-hop?

È cominciato tutto con un professore che mi bloccò alla lavagna. Non ricordo se fossi alle medie o alle superiori, ma da quel momento non ho mai smesso di pensarci. Poi, siccome mio padre lavorava all’Enel, avevo accesso a un programma di viaggi per ragazzi che si chiamava Arca. Dai tredici anni in poi andavo ogni estate in Inghilterra e in Francia, e respiravo questa cultura dall’interno. A diciotto anni misi da parte dei soldi facendo graffiti sulle saracinesche dei negozi – allora non lo faceva nessuno, e si guadagnava davvero – e comprai un biglietto per New York. Costava un milione e mezzo di lire. Una fortuna. Ma non c’era discussione. L’hip-hop funziona come il principio di Archimede: più qualcosa ti spinge giù, più la cultura ti riporta su.

Mentre lo facevi, eri consapevole di stare aprendo una strada?

Tutto quello che ho fatto nella mia vita è nato da un bisogno personale di dire qualcosa. L’hip-hop ci aveva colpiti come un fulmine per quello che portava con sé: il gesto, il racconto della sfida – le gang di New York che, invece di combattere con i coltelli, si sfidavano ballando. Il messaggio finale, però, era sempre la pace. L’unità. È una cultura che non può passare di moda, perché il messaggio dell’amore è universale. Più qualcosa ti spinge giù, più ti solleva. Il principio di Archimede applicato alla musica.

Che cosa ti porti ancora dietro di Napoli?

La rabbia. Sempre quella. Ci sono stati forse dieci, vent’anni di pausa: avevo Farinella, i miei lavoratori erano pagati bene, sembrava che la società stesse davvero andando verso qualcosa di buono. Ma ci stavano mentendo, come spesso fanno. E ora siamo qui, in questo abisso, tutti a navigare senza bussola, perché le macchine che hanno costruito interferiscono anche con quella. La Famiglia trovò la luce in fondo al tunnel già negli anni Novanta e la indicò. Oggi, con tutto quello che ho vissuto, a cinquantaquattro anni, vedo ancora più lontano. Negli anni Novanta guardavamo dritto davanti a noi, a novanta gradi. Non a trenta. E a novanta gradi trovi l’orizzonte: vedi per sempre.

Il 41° parallelo collega Napoli e New York. Che cosa condividono davvero queste due città?

Il mare. Il porto. Una madre con le braccia aperte: tutti sono benvenuti. Posso garantirti che a Napoli tutti sono benvenuti. E New York è sempre stata la casa e il rifugio di chi aveva bisogno di trovare qualcosa di diverso altrove. Una madre che ha cresciuto figli capaci di difendere quel diritto per tutti. Quello che vedi oggi con Mamdani non è l’espressione di una qualche macchina elettorale corrotta: è il popolo di New York che dice: vogliamo la democrazia, vogliamo qualcosa di inclusivo, vogliamo sentirci parte di qualcosa di più grande.

Geolier a Sanremo, che canta in napoletano. Continuità o rottura?

Direi nipote. Ha avuto il coraggio di fare quello che facemmo noi nel 1998, quando pubblicammo un album interamente in napoletano per un mercato italiano in cui Napoli veniva sistematicamente trascinata nel fango: Umberto Bossi ci insultava a tutto volume, e noi prendevamo colpi in faccia, uno dopo l’altro. Rispondemmo con la musica. Geolier ha fatto la stessa scelta coraggiosa su un palco molto più grande. Siamo grandissimi sostenitori del suo lavoro.

Guardando la scena musicale di oggi: si è perso qualcosa? La verità, l’appartenenza, il messaggio?

La verità esiste ancora. La protesta esiste ancora. Però devi scavare per trovarla, perché non è sempre nel mainstream, e l’algoritmo non ti aiuterà a cercarla. Oggi la vera lotta è tra la tua fame di verità e l’algoritmo. È questa la battaglia che dobbiamo combattere. Non esiste valuta su questo pianeta – in nessuna nazione – che possa essere paragonata alla sensazione di scendere da un palco dopo che il pubblico ha ricevuto esattamente quello che volevi dargli.

Il palco, il rispetto del pubblico, lasciare un segno culturale: che cosa ti muove ancora?

Il palco. Non esiste valuta su questo pianeta, in nessun paese, che tenga quando scendi da un palco e il pubblico ha ricevuto quello che eri venuto a dargli. Non ho bisogno di soldi. Lo faccio per dare quello che ho dentro: qualcosa che devo dare, che devo dire. Quando vedo che arriva sui volti delle persone davanti a me, è lì che vengo pagato. Per questo continuiamo ancora a uscire e a suonare. A volte gratis.

New York in una barra. Vai.

New York è bella e cara, ma se ne vanno tutti i soldi. (Originale in napoletano: “New York è bella e cara, ma se ne vann sul renar.”)

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