Chi vuol vivere per sempre?

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a cura di Joe Casini

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La moderna transizione epidemiologica

Ben prima che l’attuale emergenza sanitaria investisse il mondo, le nostre società erano già da anni attraversate da transizioni epocali, da quella climatica a quella migratoria. Tra queste ovviamente c’è anche la transizione epidemiologica, che ha visto nel giro di una manciata di generazioni stravolgere il quadro complessivo delle principali cause di morte da una situazione di prevalenza di malattie infettive a una in cui predominano le patologie croniche e degenerative.

Questo dato è semplicemente il rovescio della medaglia dei progressi fatti dalla medicina, i quali hanno determinato il costante innalzamento dell’aspettativa di vita in quasi tutti i paesi del mondo. Soltanto negli ultimi dieci anni la durata della vita è aumentata di circa tre anni, mentre dal 1970 ad oggi l’Italia ha aumentato la propria di 11 anni, il Brasile di 16 e la Turchia quasi di 24! Se nel 1860 negli Stati Uniti era ragionevole pensare di morire intorno ai 40 anni, oggi questa cifra è raddoppiata ed è sensato supporre che a breve nuove tecnologie saranno in grado di risolvere alcune delle maggiori cause di decesso: basti guardare i primi significativi passi mossi dalla tecnologia CRISPR nella lotta ai tumori.

Come innumerevoli altre volte in passato, di nuovo la Scienza ci permette di guardare con ottimismo al futuro e dare una speranza di vita anche laddove non ce ne sarebbe più alcuna. Non c’è ovviamente alcun motivo per cui non dovremmo desiderarlo e di conseguenza fare tutto ciò che è in nostro potere per far sì che accada, ma allo stesso tempo non possiamo ignorare gli effetti che vengono prodotti da questo continuo allungarsi delle nostre vite (e di conseguenza di tutte le loro fasi) sulle nostre società.
Alcuni di questi sono sotto gli occhi di tutti, come ad esempio la crisi dei sistemi di welfare pubblici. Nel 2016 la spesa sanitaria dei paesi europei è stata mediamente pari al 10% del loro PIL, la cui gran parte è stata spesso assorbita dalla spesa pubblica (non solo nei paesi del nord Europa, ma anche in Italia, Regno Unito, Spagna e Portogallo). Non soltanto per poter allungare le nostre aspettative di vita sono necessarie maggiori cure, ma gli anni di vita che guadagneremo saranno probabilmente a loro volta anni in cui dovremo sostenere una spesa sanitaria maggiore, non fosse altro che per effetto dell’anzianità. Per questo motivo i sistemi di welfare pongono una sempre maggiore attenzione alle patologie croniche e degenerative che costituiscono il preludio a situazioni di non autosufficienza.

Un cambiamento sistemico sfidante

Non dobbiamo però correre il rischio di affrontare questo enorme cambiamento che sta investendo le nostre società alla luce di un riduzionismo economico che ci farebbe perdere gran parte delle implicazioni di un fenomeno di tale portata. Questa grande “transizione epidemiologica”, che vede oggi la trasformazione del panorama della mortalità da una situazione di prevalenza di malattie infettive a patologie croniche e degenerative, è un cambiamento sistemico sfidante per ogni aspetto della società perché tocca il patto sociale che ne è alla base.

Si tratta, ad esempio, di stabilire nuovi rapporti lavorativi in contesti dove per la prima volta devono convivere anche quattro generazioni, ma anche di ridefinire diversi ruoli sociali. Se ad esempio la generazione dei veterani è stata sostanzialmente emarginata dalla società, quella dei baby-boomer è ancora fortemente produttiva e ricopre un ruolo importante sia a livello di leadership che come fascia di consumatori. Allo stesso modo dovremo ripensare il ruolo del caregiver, ruolo tradizionalmente riservato alle donne dei nuclei familiari (contribuendo così a rallentarne l’emancipazione sociale) e che oggi vede la crescente domanda di figure professionali e servizi sempre più articolati.

Personalmente, guardo con forte interesse proprio a questi servizi perché sono convinto che tra le loro righe potremo leggere la traiettoria evolutiva della nostra società: vinceranno i servizi legati all’ospedalizzazione oppure quelli che promuovono un invecchiamento attivo? Terremo nella dovuta considerazione, al pari del deterioramento delle capacità cognitive, anche le implicazioni emotive e interpersonali legate al protrarsi dell’ultima fase della nostra vita? E saremo in grado di allargare il nostro campo di azione, includendo sempre più nei sistemi welfare non soltanto il singolo individuo ma prendendo in carico l’intero sistema familiare? Le risposte a queste domande stanno già germogliando nella nostra società e questo numero di Reputation Review vuole provare a intercettarle.

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