Il mio segreto? Emozionare il pubblico – Intervista a Pietro Valsecchi

elisabetta colangelo
a cura di Elisabetta Colangelo

Il mio segreto? Emozionare il pubblico – Intervista a Pietro Valsecchi

Cattura

È tra i produttori italiani di maggiore successo (e con la migliore reputazione), forte di una lista infinita di cult della serialità televisiva – da Ultimo, interpretato da Raoul Bova, a Distretto di polizia, Squadra antimafia, Rosy Abate – per non parlare dei quattro film che hanno visto protagonista il comico Checco Zalone, e che hanno sbancato il botteghino posizionandosi tuttii nella top ten dei maggiori incassi del cinema italiano di tutti i tempi. 

Pietro Valsecchi, classe 1953, fondatore e CEO di Taodue Film, ci racconta come è nata la sua avventura nel mondo del cinema e della televisione, e come quest’ultima possa diventare un mezzo fondamentale per creare reputazione. 

Cominciamo dalla nascita di Taodue, era il 1991.

Io e mia moglie Camilla Nesbitt eravamo da sempre appassionati di cinema, e quando abbiamo fondato la società ci siamo ritrovati con la stessa sensibilità e con la stessa determinazione, ma soprattutto con la stessa passione. Senza la passione, infatti, non si può arrivare da nessuna parte. Dal punto di vista della linea editoriale, Taodue da sempre ha scelto di partire dal reale per trasformarlo e renderlo avvincente come un romanzo: per arrivare a questo obiettivo la scrittura è fondamentale. Saper scrivere un film o una serie infatti è una cosa molto complicata e difficile. Costruire storie appassionanti è quindi stato allo stesso tempo il nostro obiettivo e la nostra difficoltà.

Quali erano le opportunità di business che la tv offriva in quel momento?

All’inizio degli anni Novanta mi sono reso conto che tutte le storie civili degli anni Sessanta e Settanta, quelle portate sullo schermo da registi come Francesco Rosi, Pietro Germi o Elio Petri, storie che mi hanno appassionato e mi hanno spinto a questo mestiere, al cinema non funzionavano più, soppiantate dalla commedia. Quel tipo di racconto però poteva esistere ancora e avere successo dentro il piccolo schermo: cambiava il mezzo di trasmissione ma la linea è sempre la stessa, impegno civile e racconto della realtà. La mia prima esperienza televisiva, la miniserie Ultimo, è stato il primo di una serie di grandi successi.

In che modo poi il mezzo televisivo si è evoluto, arrivando ad oggi? 

La tv è cambiata tanto, soprattutto dal punto di vista dell’organizzazione, della quantità di canali, della fruizione, delle tecniche di ripresa, ma per chi produce contenuti i punti fondamentali sono sempre gli stessi: bisogna arrivare ad emozionare il pubblico, proporre storie credibili e avvincenti e personaggi indimenticabili. Questo non è cambiato e non cambierà mai.

La tv di quegli anni contribuiva a creare reputazione, carriere politiche e imprenditoriali, un esempio per tutti, la discesa in campo di Silvio Berlusconi nel 1993.  Oggi è ancora un mezzo valido, in questo senso? 

Assolutamente sì, la tv è sempre un mezzo potente per convincere un elettore, per costruire il consenso di un partito, per assicurare popolarità e rafforzare la reputazione. E non a caso oggi Putin come prima cosa al momento dell’invasione dell’Ucraina ha messo sotto controllo tutti i mezzi di informazione perché sa quanto sia importante per mantenere il consenso della gente. 

Che cosa ne pensa invece dei social, come opportunità?

Per me è un linguaggio nuovo e devo confessare che non mi appartiene. Certo, anch’io mi sono incuriosito, ad esempio oggi si parla molto di “metaverso”, che forse poi diventerà una normalità, come è stato per Google. Però penso che potrebbe avere risvolti pericolosi, perché potrebbe creare uno sdoppiamento nell’esperienza del reale. Di giorno si vive una realtà grigia e ripetitiva, di notte ci si reca in un universo parallelo dove si può essere quello che si vuole. Una prospettiva che può fare danni a livello sociale: quali conseguenze possono derivare da questo sdoppiamento?

 Le sale cinematografiche secondo lei hanno ancora un futuro?

Credo saranno destinate a diventare punti di incontro polifunzionale, per il cibo, lo shopping, la socialità. Mentre, come sostengo già da tanti anni, la sala vecchio stampo dove si va solo per guardare un film, sta veramente andando verso il declino.

C’è una ricetta per diventare un produttore di successo?

Nessun segreto particolare: servono passione, curiosità e una certa sensibilità nel trovare contenuti che possano piacere al grande pubblico. Con gli anni poi si accumula esperienza, che è anch’essa fondamentale.

La parola “reputazione” che cosa le fa venire in mente?

Che se qualcuno sceglie di guardare una fiction perché c’è il marchio Taodue allora vuol dire che mi sono fatto una reputazione, e il pubblico può fidarsi.

elisabetta colangelo
a cura di Elisabetta Colangelo

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