Katia Da Ros • Equità e rispetto per un’impresa forte

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Katia Da Ros, nel panorama dell’imprenditoria italiana, è un esempio che ciascun manager dovrebbe seguire. Vicepresidente e Amministratore Delegato presso Irinox Spa, è anche Vicepresidente di Confindustria per Ambiente, Sostenibilità e Cultura: il suo impegno non si limita a tracciare le linee guida per una crescita organica ed economica delle imprese, ma è volto soprattutto a far sì che questo risultato si possa raggiungere attraverso il riconoscimento del valore di inclusione e diversità. Vediamo con lei quale posto occupa il merito all’interno di questo processo e quale sarà il ruolo delle donne nel mondo del lavoro di domani.


Dottoressa Da Ros, quanto è importante la cultura del merito nel fare impresa?
Ovviamente è molto importante. Quando si parla di merito ci si riferisce ad alcuni valori centrali per la cultura d’impresa, se ripenso poi alla mia cultura imprenditoriale ce ne sono due fondamentali: l’equità e il rispetto. Nel momento in cui questi due elementi vengono dichiarati e perseguiti, sarà necessariamente messo in evidenza anche il merito; quest’ultimo, poi, richiama anche i valori della cura, tipicamente femminile, e della fiducia, e in un contesto simile se penso al genere che ha più difficoltà nel conciliare carriera e vita privata dico che se si riconosce il merito si creano le condizioni per far gareggiare anche le donne in questa corsa.

Quali sono i metodi e gli strumenti per valorizzare il merito all’interno di un contesto aziendale?
Prima di tutto è necessario sgombrare il campo da bias e stereotipi, sicuramente un modo per farlo è definire in
modo trasparente all’interno dell’azienda quali sono i criteri di promozione e di crescita così da rendere chiare per tutti le regole del gioco. Proprio i bias, invece, sono barriere invisibili che limitano la crescita delle donne, ed è necessaria una formazione specifica per rompere questo schema, perché fin troppo spesso sono proprio le donne le prime a credere di non avere le capacità per poter occupare posizioni apicali. Formazione ed empowerment femminile sono le soluzioni per incoraggiare le donne ad essere consapevoli delle loro opportunità e, infine, valorizzarne davvero il merito, e fin troppo spesso questo non è il criterio di valutazione finale.


Quanto è stato importante il merito nel suo percorso professionale?
Penso che sia stata una questione di tempo per raggiungere i miei obiettivi, però mi sono sempre sentita in dovere di fare il possibile per prepararmi al meglio per le posizioni che volevo ricoprire. Questo anche perché la mia vita professionale si è articolata in un ambiente prettamente maschile dove mi sono sempre misurata sulle competenze, lavorando senza riserve, ma non mi sento di dire che il merito non mi sia stato riconosciuto.


Le è capitato di fare fatica nel vederselo riconoscere?
No, secondo me anche qui è una questione di tempo. Il problema è non riuscire nei tempi che ci si è dati, ma qui scatta
necessariamente la resilienza di fronte anche ai fallimenti che sono naturali all’interno di un percorso.

In Confindustria si occupa di Ambiente, Sostenibilità e Cultura: l’attenzione alla sostenibilità sociale, all’inclusione, può incrementare la presenza delle donne nel mondo del lavoro?
Assolutamente sì, anche perché quello dell’inclusione è uno dei temi attorno a cui ruota l’Agenda 2030 e su cui l’Europa (e tutto il mondo) si misura. La “S” di ESG prevede che si lavori maggiormente su diversità e inclusione: entrambe sono fondamentali ed entrambe richiedono fatica perché all’aumentare della diversità aumenta la complessità di uno scenario. Però se si incrementa la diversità e si favorisce l’inclusione qualsiasi organismo diventa più forte, quindi vale la pena battere questa strada perché questo fa sì che l’impresa stessa sia più resiliente nel tempo, che sia più attrattiva e anche che migliori sotto il profilo delle performance economiche.

Iniziamo a vedere, con grande soddisfazione, sempre più donne nei ruoli dirigenziali. Qual è la fotografia dell’Italia sul piano della cultura del merito e dell’occupazione femminile, anche rispetto al contesto internazionale?
Direi che da questo punto di vista nel nostro Paese ci sono luci e ombre. Partiamo dal dato emerso nel Gender Equality Index del 2022 che dice che l’Italia è al quattordicesimo posto in Europa per l’equità di genere. Siamo a metà della “classifica”, una posizione poco incoraggiante su 27 nazioni, c’è sicuramente ancora molto da lavorare. È proprio nel campo dell’occupazione che siamo messi male, addirittura all’ultimo posto dell’eurozona: in Italia, infatti, una donna su due non lavora, al Sud si sale a due donne su tre che non lavorano. Se si va a spacchettare questo dato la situazione non migliora, dal momento che nella fascia d’età che va dai 15 ai 29 anni una ragazza su quattro non studia e non lavora. Non ci sono solo cattive notizie però. Un aspetto positivo su cui porre l’accento, ad esempio, è che il gap retributivo non è così negativo come in altri Paesi europei: siamo infatti solo al 4% su una media EU del 13%; inoltre grazie alla legge Golfo – Mosca siamo un’eccellenza per presenza femminile nei consigli d’amministrazione di società pubbliche e di società quotate, superando ampiamente il 40% di quote rosa da raggiungere entro il 2026 richiesto dalla normativa europea.

Qual è il suo miglior consiglio per affacciarsi al mondo del lavoro?
Lo stesso che darei a mia figlia: c’è una sola regola che vale per uomini e donne per essere valorizzati per ciò che si è e per ciò che si può dare, ovvero impegnarsi sempre in quello che si fa. Prepararsi, studiare non avere limiti nella dedizione, farlo con passione e con determinazione. Capita di non superare un esame o una selezione, però la tenacia alla lunga paga. Infine, darsi degli obiettivi sfidanti perché il tempo passa e se ci si pone un traguardo importante si rimane stimolati, con uno più modesto il rischio è che una volta raggiunto finisca il challenging.

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