In vino veritas

a cura di Simonetta De Quattro

In vino veritas

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Incontriamo Daniela Mastroberardino, vicepresidente nazionale de Le donne del Vino, associazione che raggruppa le più prestigiose Cantine d’Italia, e imprenditrice alla guida dell’azienda di famiglia, considerata l’indiscussa protagonista del rinascimento vitivinicolo della Campania.

Terredora, nata nel 1978, vanta tre DOCG irpine: Greco di Tufo, Taurasi e Fiano di Avellino. Un risultato che viene da lontano: suo padre, Walter Mastroberardino e la sua generazione hanno saputo coniugare tradizione a innovazione. Qual è la ricetta di un buon passaggio generazionale?

Quando nasci in una famiglia che fa vino da generazioni, sai che non c’è una ricetta. L’amore per il vino ti aiuta a trovare la tua strada, a dare nuova linfa alla tradizione familiare, di cui sei orgogliosa. Sono l’ultima dei figli di Walter, a sua volta l’ultimo della sua generazione, quella che aveva visto, fra anni Settanta e Ottanta, la rinascita dei vini d’Irpinia, dopo decenni di difficoltà e duro lavoro. Se mio zio Antonio fu strenuo custode degli storici vitigni autoctoni campani, fu mio padre che, nel 1978, intuì quanto fosse decisivo investire in vigna. Nel 1994, realizzò il progetto Terredora, staccandosi dall’azienda di famiglia, la Mastroberardino di Atripalda. Non un classico passaggio generazionale, ma la scelta di partecipare, tra mille difficoltà, alla nascita di una nuova cantina. Ricordo ancora il senso di forte condivisione di questa nuova storia, dedicata a nostra madre Dora Di Paolo, porto sicuro delle nostre vite. Oggi, Terredora possiede più di 180 ettari, produce quasi interamente da proprie uve e, con una produzione di 700.000 bottiglie, porta i suoi vini in oltre 25 paesi.

Nuovi territori come Australia, Serbia, Slovenia e Moldavia hanno iniziato a imporsi nel mercato vitivinicolo mondiale. L’heritage e la reputazione del “brand Italia” sono ancora un plus?

La lista dei territori del vino è certamente divenuta più lunga, ma l’Italia possiede un patrimonio unico, inestimabile: 20 regioni sono culla di oltre 600 vitigni autoctoni, una metafora moderna dell’Ita- lia dei comuni, da cui trae origine tanta della nostra cultura. Il vino italiano non è, infatti, questione di pochi vitigni internazionali. Permea le nostre terre, le disegna, dà loro vita. La Campania ha una straordinaria eredità di vitigni millenari, gli stessi che adornavano le pendici del Vesuvio all’epoca dell’eruzione pliniana. Se il vino italiano non dimenticherà le sue origini, se continuerà a trasudare storia dei territori e a far sognare, il “brand Italia” continuerà a dare ai nostri vini un diverso lignaggio, a renderli oggetto di desiderio.

Parliamo di gender gap. Le donne non occupano il posto che meritano, sotto il profilo salariale e professionale.

Come Associazione, abbiamo affrontato il problema partendo da un dato reale: nel 2020, il World Economic Forum metteva l’Italia al 76° posto su 153 Paesi nel suo report sul divario di genere. Il nostro Paese scende al 117° quando si parla di condizioni economiche. Ne abbiamo parlato a wine2wine, lo scorso ottobre, presentando una ricerca dell’Università di Siena da cui emerge come i lavori in vigna e cantina siano ancora prevalentemente maschili, mentre le donne si ritagliano il loro ruolo in comunicazione, marketing e accoglienza. Solo nel 14% delle aziende vinicole si raggiunge un equilibrio tra donne e uomini nello staff. La strada è lunga, ma crediamo che il futuro del vino sia donna.

Quali potrebbero essere tre interventi da realizzare subito a livello nazionale, per accelerare la leadership femminile?

Primo intervento: creare asili nido pubblici con orari flessibili che consentano di conciliare lavoro da imprenditrice ed esigenze dei figli. Secondo: formazione obbligatoria nelle aziende sulla differenza di genere come negli Usa e agevolazioni per le aziende che contrastano il gender gap nei salari e nella gestione dei ruoli. Terzo: promuovere una politica che aiuti le donne a denunciare gli abusi subiti sul luogo di lavoro, purtroppo crediamo che nel sommerso ci siano numeri molto importanti.

In Donne del Vino e altre associazioni si leggono i nomi di tante donne impegnate in prima fila. L’incapacità femminile di fare squadra è sempre stato un falso stereotipo o finalmente si fa sistema?

La nostra Associazione è un esempio concreto di come le donne sappiano fare squadra e valorizzare il lavoro in gruppo. Siamo una rete ormai a livello mondiale, siamo unite, ci confrontiamo e collaboriamo anche e soprattutto nei momenti difficili, come gli anni di pandemia. Abbiamo capito che da sole si cammina più veloci, ma insieme si va più lontano.

a cura di Simonetta De Quattro

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