Lo sviluppo industriale al Sud è questione di volontà e responsabilità

BRUNO CHIAVAZZO_MODEARATORE
a cura di Bruno Chiavazzo

Lo sviluppo industriale al Sud è questione di volontà e responsabilità

Giosy Romano, Consorzio Asi

Sono 67 i consorzi per lo sviluppo industriale, distribuiti in 14 regioni, attualmente operativi in Italia. Nascono con la legge 634 del 1957, con lo scopo di promuovere le condizioni necessarie per lo sviluppo di attività produttive nei settori dell’industria e dei servizi. Nel corso degli anni hanno avuto alterne vicende, anche per la mancanza di una politica industriale coerente e costante dei governi che si sono succeduti alla guida dell’Italia. Erano finiti tra i famosi “enti inutili” da dismettere, ma negli ultimi anni hanno visto crescere la loro importanza e oggi si candidano ad essere poli generatori delle condizioni necessarie per il rafforzamento competitivo delle imprese locali e per l’insediamento di nuove attività ad alto potenziale di sviluppo.

Ne abbiamo parlato con Giuseppe (per gli amici Giosy) Romano, avvocato amministrativista e presidente dal 2015 del Consorzio Area Sviluppo Industriale (ASI) di Napoli e Provincia, fondatore e presidente della Confederazione Italiana per lo Sviluppo Economico (C.I.S.E.) e membro del Comitato direttivo Eurispes.

Presidente, come nascono le ASI?

Nascono con la tanto vituperata Cassa per il Mezzogiorno che, con il senno di poi, come accade spesso nel nostro Paese, ha invece contribuito in modo determinante

alla nascita e allo sviluppo di un polo industriale moderno al Sud anche attraverso il finanziamento, la locazione e la realizzazione di aree attrezzate e infrastrutture all’interno degli agglomerati industriali. Finiti i finanziamenti per l’abolizione della Cassa per il Mezzogiorno, molte ASI non sono state capaci di autofinanziarsi e il circolo virtuoso si è trasformato in vizioso, accumulando perdite infinite.

Lei è stato eletto nel 2015 al vertice del Consorzio ASI di Napoli e provincia. Com’era la situazione di “cassa”?

Intanto diciamo che, quando sono stato eletto presidente, il Consorzio veniva da 25 anni di commissariamento e una situazione debitoria di 40 milioni di euro. Una situazione a dir poco fallimentare. Poi con molta fatica e impegno, abbiamo rimesso in piedi l’attività recuperando un gap straordinario attraverso il meccanismo dell’autofinanziamento, come prevede la nostra “mission” e posso dire con una certa soddisfazione che gli ultimi sei bilanci sono stati tutti in attivo.

Ha trovato negli archivi polverosi del Consorzio la bacchetta magica?

Magari fossi un mago. No, semplicemente ho rimesso in campo, adattandolo ai tempi, quello che era il ruolo istituzionale dell’Ente: offrire suoli a basso costo alle industrie che volevano svilupparsi. All’inizio tutti mi dicevano che non c’era domanda, nessuna industria voleva insediarsi nel nostro territorio di competenza. Invece abbiamo fatto quella che si chiama una “manifestazione d’interesse” che ha generato una forte richiesta da parte delle industrie, tanto da assegnare 80 suoli a 80 nuove attività produttive con la creazione di 8000 nuovi posti di lavoro.

Quindi, se ho capito, questi suoli di cui parla erano praticamente abbandonati?

No, in moltissimi casi non erano mai stati espropriati, riconvertiti e assegnati alle aziende che volevano svilupparsi. I Consorzi hanno un potere espropriativo che nel nostro caso non veniva esercitato da tempo, per ignavia, burocrazia, incompetenza, con un doppio danno perché si sottraevano aree alla proprietà pubblica o privata senza affidarle a soggetti terzi che potevano metterli a frutto. Il compito del Consorzio era ed è quello di realizzare nei terreni espropriati le necessarie attività infrastrutturali (fogne, luce, acqua, gas, energia) e rendere quelle aree fruibili per l’industria. Noi assicuriamo non solo la fornitura, ma anche la gestione dei servizi e la manutenzione degli impianti basici per il funzionamento dell’attività industriale.

Non ho capito come vi autofinanziate adesso…

Ci finanziamo in maniera semplicissima dall’espropriazione dei suoli e dalla vendita, alla quale applichiamo un “delta” che deriva dalla differenza di prezzo che paghiamo al soggetto proprietario e dagli addendi aggiuntivi relativi ai costi che sosteniamo per la realizzazione delle infrastrutture indispensabili per il soggetto industriale compratore, oltreché i costi dei servizi che eroghiamo. È questo margine che ci permette di sopravvivere e di autofinanziarci. Vede, la nostra grande fortuna è quella di essere stati riconosciuti nel 1991 come “Enti pubblici economici”. In altri termini possiamo operare con il principio imprenditoriale pur rimanendo ente pubblico.

Al di là della sua indubbia bravura nel riuscire a portare in attivo bilanci disastrati da 25 anni di commissariamento, stiamo comunque parlando di Napoli e del suo hinterland, un territorio ad altissima densità di problemi sociali ed economici. Come ha fatto a convincere aziende come Amazon, Caffè Borbone e tante altre a investire nelle aree del vostro consorzio?

Immodestamente credo che abbia giocato un ruolo la credibilità dell’interlocutore. Le faccio l’esempio di Amazon. Quando sono venuti a dirci che erano interessati a investire nell’area del consorzio, la prima domanda che ci hanno fatto è stata: quanto tempo ci vuole per i permessi e le autorizzazioni? Ho chiesto allo sviluppatore Amazon quanto tempo pensavano e lui mi ha risposto 90 giorni. Gli ho risposto partiamo tra 30 giorni. In verità ci abbiamo messo 12 giorni a consegnare tutti i permessi per partire. Il delegato Amazon è rimasto senza parole.

Come ha fatto?

Semplicemente andando veloce nell’istruttoria. Il nostro compito è fare le verifiche e dare il nulla osta preventivo assumendoci la responsabilità di quanto diciamo. Il Comune, una volta in possesso del nulla osta preventivo e non essendoci problemi di impatto ambientale, non può fare altro che ratificare la decisione. Se c’è chi si assume la responsabilità, i consorzi hanno questo ruolo fondamentale, ovviamente poco conosciuto e meno applicato per così dire.

Detto in altri termini: se le cose si vogliono fare si fanno… Anche a Napoli e in Italia?

Sì. Tra l’altro i consorzi possono anche acquisire le aree degli opifici dismessi, secondo una legge del 1988, quando l’attività non viene esercitata da oltre un triennio, a un prezzo inferiore a quello di mercato.

Mi diceva che state applicando questa norma agli ex stabilimenti Cirio a Napoli…

La procedura prevede che l’ASI faccia istanza al presidente del Tribunale, incaricando un consulente tecnico d’ufficio per determinare il valore dell’area, con il grande vantaggio che, se l’imprenditore che ha costruito a suo tempo lo stabilimento ha usufruito di contributi statali, il prezzo di riacquisizione da parte del consorzio viene depurato del valore del contributo ricevuto. Quindi un nuovo imprenditore che vuole operare in quell’area spende molto meno del prezzo di mercato corrente.

Oltre al risparmio sottolineerei la possibilità di far rivivere aree destinate all’abbandono che poi vuol dire anche socialità, lavoro, crescita culturale e civica.

Lo dicevo prima, la nostra attività è poco apprezzata perché per decenni le ASI sono state considerate “poltronifici” e quindi occupate da soggetti che, diciamo così, non hanno esercitato il loro ruolo istituzionale.

Presidente Romano, lo sviluppo industriale è al centro del dibattito politico-economico del nostro Paese. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), recentemente sottoposto dal Governo Draghi all’Europa e approvato, prevede moltissimi soldi, circa il 40% dei 200 miliardi di euro, destinati al Mezzogiorno, soprattutto in opere infrastrutturali. Ci avete pensato?

Giorno e notte. Noi abbiamo pronta una serie di progetti che riguardano appunto le infrastrutture da realizzare all’interno degli agglomerati industriali, sfruttando anche il fatto che nella nostra Regione, la Campania, sia stata istituita la cosiddetta ZES (Zona Economica Speciale) per attrarre capitali stranieri, a fronte di una serie di agevolazioni fiscali molto interessanti. L’80% del territorio ZES appartiene al nostro consorzio ASI. Se riusciamo a rendere operative e allettanti per le imprese queste agevolazioni fiscali con progettualità finalizzate allo sviluppo del territorio, siamo convinti che si possa generare un reddito strepitoso. Inoltre stiamo lavorando per cercare di mettere insieme, in modo sinergico, le zone economiche speciali o aree franche del nostro Paese. Muovendo dal presupposto che la divisione territoriale non aiuta nessuno, soprattutto in un’ottica comunitaria, è necessario ragionare a largo raggio e il mio ragionamento è sul Mediterraneo. Approfittare, cioè, della nostra posizione geografica per mettere in comunicazione le varie zone franche dei paesi che affacciano sul Mar Mediterraneo, come se fosse un unico bacino d’utenza.

La versione 4.0 del “mare nostrum” degli antichi romani…

Perfetto. Occorre sfruttare un principio comunitario spesso enunciato, ma mai portato in esecuzione e cioè quello delle autostrade del mare. Le rotte marine per far viaggiare le merci tra le varie zone franche tutte in esenzione di costo. Noi siamo stati più volte in questi anni in Egitto a Port Said, nel Canale di Suez, dove c’è un’enorme zona franca per le merci e il raddoppio del Canale in programma potrebbe essere un’opportunità straordinaria per tutti.

Anche Napoli potrebbe essere “zona franca”?

Assolutamente sì. Il porto di Napoli rientra nella Zona economica speciale, però bisogna essere capaci di metterlo in collegamento con l’altra parte del Mediterraneo, con Tunisi, Biserta, Port Said. Il problema non è tecnico, ma concettuale. È necessario capire le regole del gioco. Siamo andati in Tunisia con il presidente del Consiglio di Stato, autore di un gemellaggio tra la giustizia amministrativa italiana e quella tunisina. Agli imprenditori presenti sono state spiegate le “regole” di cui parlavo prima, in modo che l’imprenditore che voglia investire in Italia o in Tunisia sappia bene quali sono i rischi e i comportamenti a cui deve attenersi. Ed è l’errore a cui stiamo andando incontro nell’attuazione delle Zone Economiche Speciali. Se noi pensiamo di competere con un costo del lavoro paragonabile a quello egiziano o tunisino, siamo già fuori mercato. Dobbiamo, invece, insistere sulle nostre capacità, la nostra tecnologia, il nostro know-how, che caratterizzano il nostro prodotto e farlo camminare in parallelo con i bassi costi di produzione di quei paesi. Detto meglio: approfittare delle competenze e specialità di tutti gli attori coinvolti nel progetto.

Presidente mi sembra che l’attenda un discreto lavoro, le faccio i migliori auguri…

Vede, dottore, io utilizzo sempre un ossimoro quando mi devo definire: umilmente ambizioso, ma con tanta passione.

BRUNO CHIAVAZZO_MODEARATORE
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