L’orgoglio italiano di Re Giorgio: una chiacchierata con Giorgio Armani

a cura di Nicola Vidali

L’orgoglio italiano di Re Giorgio: una chiacchierata con Giorgio Armani

Giorgio Armani - credit Julian Broad

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La moda è sicuramente uno dei settori trainanti della nostra bilancia commerciale ma anche e soprattutto della Reputazione Italia. Lo è non solo per l’alto valore estetico che riesce ad esprimere, ma anche per lo spessore della sua filiera produttiva (dal chimico/tessile ai ricami) che trova in Italia eccellenze e tecniche difficilmente replicabili altrove.  Tutto questo è cultura: delle arti e dei mestieri, dell’intraprendenza e del brand, del fare e del fare bene. Anzi, di più: del saper fare come nessun altro al mondo.

E quando parliamo di moda, di brand e di Reputazione Italia, parliamo innanzitutto di Giorgio Armani. Colui che da decenni mantiene un’indiscussa capacità di restare se stesso, di rappresentare il nostro “Made in Italy” nel mondo per guidare con classe e armonia una linea di pensiero che travalica le sfere edonistiche della società per restare sempre ben ancorata all’oggi, e a ciò che è vero e ha sostanza.

È successo anche in questo periodo, quando all’indomani di una pandemia mondiale Armani è riuscito nuovamente a sbaragliare gli schemi grazie alla sua innata capacità di rinnovarsi e dare profondità alla semplicità, leggerezza all’innovazione:  «Questa crisi è una meravigliosa opportunità per riallineare tutto, per ridare valore all’autenticità  – ci racconta –  Il momento che stiamo attraversando è turbolento, ma ci offre anche la possibilità, unica davvero, di aggiustare quello che non va, di riguadagnare una dimensione più umana per dar spazio a valori come il coraggio, la solidarietà e lo spirito di sacrificio, che poi sono le caratteristiche della nostra cultura. È bello vedere che in questo senso siamo tutti uniti».

La leadership di Armani travalica il conto economico e patrimoniale del suo gruppo aziendale – che, lo ricordiamo, conta nel mondo più di 7 mila dipendenti con un fatturato globale pari a 2.1 miliardi di Euro – perché tende sempre a valorizzare in primis il contributo del fattore umano.  «L’emergenza attuale dimostra come un rallentamento attento e intelligente sia la sola via d’uscita. Una strada che finalmente riporterà valore al nostro lavoro e che ne farà percepire l’importanza e il valore veri al pubblico finale» ci spiega. «Il declino del sistema moda per come lo conosciamo è iniziato quando il settore del lusso ha adottato le modalità operative del fast fashion, carpendone il ciclo di consegna continua nella speranza di vendere di più, ma dimenticando che il lusso richiede tempo, per essere realizzato e per essere apprezzato. Il lusso non può e non deve essere fast».

Siamo dunque (possibilmente) arrivati alle porte di un nuovo Rinascimento dove “Less is More, e dove anche qualità, competenze e capacità di adattamento si uniscono in un patto di solidarietà nazionale collettivo: «Sono sicuro che l’orgoglio Italiano alla fine uscirà fuori come è sempre successo nei momenti più bui. Così da vedere un’Italia più consapevole, meno individualista e sostenuta da politiche economiche del lavoro e sociali capaci di tutelare il nostro patrimonio di conoscenze e competenze. Questo consentirebbe di ricalibrare le dinamiche della globalizzazione senza rinunciare alle relazioni costruite nel tempo con paesi di Cina, India, Turchia e Indonesia che negli anni sono riuscite a sviluppare specifiche competenze».

Nato a Piacenza ma milanese di adozione, Giorgio Armani non intende rinunciare alla possibilità di contribuire alla rinascita economica e reputazionale della città che tanto ama, che tanto gli ha dato e che lo ricambia: «E’ tempo di decisioni coraggiose ed io sono una persona pragmatica – continua Re Giorgio – per cui dopo anni di assenza, ho deciso di riportare a Milano le mie sfilate dell’alta moda. Inviteremo clienti e giornalisti nel cuore storico della nostra azienda, a palazzo Orsini. Un bel modo per allineare il valore del patrimonio del nostro marchio con quello della città e del nostro Bel Paese, e spero che altri colleghi vogliano fare lo stesso. Sarebbe un’ottima occasione per fare finalmente squadra come i francesi fanno da tempo». E chiude: «Stiamo tutti riscrivendo il nostro presente. Del resto, se non ora, quando?»

A noi non resta che dire: grazie Giorgio!

 

a cura di Nicola Vidali

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