Mario Tozzi – Comunicare la malattia

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a cura di Elisabetta Colangelo

Mario Tozzi – Comunicare la malattia

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Divulgatore scientifico, saggista e conduttore tv, Mario Tozzi è uno dei volti televisivi che con più serietà ha affrontato l’argomento pandemia da Covid col pubblico italiano. Un’intera puntata del suo programma, Sapiens, andato in onda su Raitre a fine ottobre, ha offerto un’indagine interessantissima che riguardava molti aspetti della pandemia, compreso un focus sulla sua comunicazione. Reputation Review lo ha incontrato per un approfondimento.

In apertura del programma (recuperabile su RaiPlay, ndr) lei ha raccontato le grandi pandemie che hanno sconvolto il mondo occidentale nel corso dei secoli. Come sono stati comunicati i virus del passato?

Sostanzialmente attraverso un racconto molto a posteriori, che vede in primo piano autori come Omero, Lucrezio Caro, Giovanni Boccaccio, Alessandro Manzoni, Albert Camus. La narrazione non è quasi mai cronaca, ma una riflessione a posteriori, con l’esclusione di Boccaccio, che nel Decameron osservava la peste nera della metà del XIV secolo praticamente in diretta, e di Camus, che parla della pestilenza algerina degli anni Quaranta. Manzoni descrive la peste di Milano, Lucrezio Caro quella di Atene, ma a distanza di diversi secoli. Questo perché le malattie hanno sempre offerto spunti interessanti agli intellettuali: basti pensare a Bufalino e Moravia, che hanno fatto un totem della tubercolosi.

Cosa si evince da questi racconti di pestilenze, che possiamo utilizzare come spunto di riflessione?

Nei tempi più antichi descritti da Omero, la pandemia viene vista come una punizione degli Dei; in epoche più recenti se ne scrive per comprenderla. Quello che però si può osservare è che in effetti la risposta della gente non è mai cambiata. La paura e la disinformazione sono sempre le stesse pensiamo all’idea degli “untori”, per esempio. E i mezzi di contenimento restano quelli praticati nel Lazzaretto di Venezia a metà del Quattrocento: isolamento e igiene personale.

Venendo ad oggi e all’attuale pandemia di Covid, lei come giudica la comunicazione della malattia in Tv, sui giornali, nei social network?

Credo si sia comunicato sicuramente troppo rispetto ad altri Paesi, come la Francia, ad esempio, e dal punto di vista del racconto, abbastanza male. È stata accreditata l’idea di una comunità scientifica molto divisa, in cui tutti gli scienziati la pensano diversamente, mentre invece si tratta del normale dibattito su un virus nuovo e sconosciuto. Si è preteso dai medici una risposta certa ed immediata, cosa che la scienza non può fare. E si è perso di vista il fatto che l’arrivo di questo virus non era esattamente un “cigno nero”, perché nei Paesi orientali come la Cina o la Corea c’erano già state diverse epidemie molto serie, e infatti loro erano preparati, e oggi sono a contagi zero.

Restando alla comunicazione, quali sono stati gli errori più importanti?

Certamente la rappresentazione del carosello di esperti in disaccordo tra loro. Non ha nessun senso dare la parola al medico tale del tale ospedale, che ha da raccontare un aneddoto. La vera informazione si fa nel dibattito sulle riviste specializzate.

E per quanto riguarda la comunicazione istituzionale? Come si sono comportati secondo lei l’Organizzazione Mondiale della Sanità e il Governo del nostro Paese?

L’OMS ha avuto una comunicazione contraddittoria, soprattutto all’inizio. Poi il suo operato è stato messo in discussione, tuttavia ci andrei cauto, perché si tratta di un ente che pur avendo i suoi difetti è l’unico presidio internazionale contro la diffusione delle malattie, ed è stato in prima linea per l’eradicazione della polio in Africa. Le istituzioni italiane mi sono piaciute: per esempio ho trovato ben fatta la diffusione del bollettino quotidiano, con numeri descritti chiaramente, a cui soprattutto Sky Tg24 ha dato un’interpretazione sempre corretta. Certo, ci sono stati tanti tira e molla per dare retta agli interessi economici: per esempio bisognava spiegare da subito che in estate le discoteche non potevano essere riaperte, perché la seconda ondata, in pandemia, è la regola.

Parlando invece di fake news, quali sono state le principali falsità diffuse sul Covid?

Per esempio il fatto che il virus fosse stato costruito in laboratorio, cosa smentita dagli studi scientifici pubblicati. Che la sua diffusione fosse correlata al 5G, mai dimostrato, oppure che in estate col caldo sarebbe scomparso, o anche che la vitamina C favoriva le guarigioni. Ne approfitto per ribadire che la diffusione di certe notizie rappresenta un pericolo gravissimo, e che bisogna sempre verificare le fonti.

Che cosa è invece vero, riguardo alla pandemia?

È purtroppo vero che c’è una relazione molto precisa tra il Covid e la distruzione dell’ambiente naturale. Gli uomini sradicano le foreste e ne scacciano gli animali, che sono pieni di virus: è questo il motivo per cui certe malattie raggiungono l’uomo. In realtà per combattere le pandemie bisognerebbe fare esattamente il contrario: proteggere gli habitat naturali degli animali e tutelare e rinforzare le foreste, in modo da creare barriere alla diffusione dei virus animali. In più, c’è sicuramente una correlazione tra la circolazione del virus e l’inquinamento atmosferico: sembra dimostrato che i picchi di contagi degli scorsi mesi corrispondevano a picchi di presenza di polveri sottili nell’atmosfera, anche se ancora non sono stati pubblicati studi a sostegno.

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a cura di Elisabetta Colangelo

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