Roba (anche) da femmine

elisabetta colangelo
a cura di Elisabetta Colangelo

Roba (anche) da femmine

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Chi ha detto che la tecnologia non è cosa da donne? La rivista Wired, tra i più quotati punti di riferimento del dibattito su scienza e società ha inaugurato una newsletter tutta al femminile che si intitola proprio Roba da femmine. E il suo direttore Federico Ferrazza ci ha spiegato come arrivare a superare la questione di genere può dare una spinta innovativa allo sviluppo della società.

Cominciamo facendo un passo indietro. Nel 2015 lei ha preso il timone di una rivista che aveva un’ottima reputazione ed è riuscito a farla evolvere senza snaturarla. Ci racconta qual è stato il suo lavoro?

In realtà quando sono diventato direttore di Wired, nel 2015, il magazine godeva sì di una buona reputazione, ma anche di un cattivo conto economico. Questo perché il mondo in cui era stata concepita la sua versione italiana, messa a punto nel 2008 per far uscire il primo numero a marzo del 2009, negli anni era stato fortemente trasformato dalla crisi. Ho quindi lavorato per trasferire quella reputazione in un brand rivolto a due tipi di interlocutori, persone e aziende, per i quali sviluppare diversi tipi di prodotti e servizi.

In che modo?

Abbiamo rifatto il magazine cartaceo, che oggi è trimestrale, facendolo diventare più “fighetto”, rafforzato la parte di news sul web. Ci siamo concentrati sugli eventi, sia con le Next Fest a contenuto divulgativo e culturale, sia con una serie di incontri a target business dedicati alle community di professionisti. A questo abbiamo aggiunto una linea di consulenze per creare servizi e contenuti brandizzati Wired rivolti alle società, alle aziende e alle istituzioni. Negli ultimi due anni lo sviluppo si è fermato per ovvi motivi, ma io penso che con Wired sia possibile fare ancora molte altre cose. Per esempio, sogno di avere un luogo fisico dove ospitare la nostra community e le aziende per attività culturali e di business.

Negli ultimi anni il magazine si è occupato di grandi temi, come appunto la questione femminile, ma anche di cambiamento climatico o del rapporto tra tecnologia e multinazionali.

Io credo che oggi Wired sia il magazine più centrato sull’attualità, con l’obiettivo di raccontare la complessità della società in cui viviamo. Per esempio, abbiamo parlato moltissimo anche dell’importanza della scienza nello sviluppo delle società, toccando con mano quanto investire nella ricerca sia fondamentale, e non solo durante le emergenze. Questi temi sono cruciali anche per capire in che direzione stanno andando i Governi: personalmente ho osservato che in Italia e in generale in Occidente, la classe dirigente essendo schiacciata sul consenso non riesce a fare piani di sviluppo, mentre l’unico Paese che fa innovazione, la Cina, ha un livello di democrazia molto basso. Quindi la domanda è: forse la democrazia oggi non agevola l’innovazione? Mi pare un tema affascinante.

Tornando alla questione femminile, che è l’argomento centrale di questo numero di Reputation Review, voi come avete affrontato il dibattito?

Personalmente sono un grande appassionato di diritti civili, e credo che la modernizzazione dell’Italia passi anche dalla discussione di certi temi. Quando una persona ha la libertà di vivere e morire e amare come crede, ha anche più libertà di contribuire allo sviluppo della società e di innovare. Per questo siamo molto attenti alle questioni di genere, a partire da quella femminile, alla quale abbiamo dedicato appunto anche una newsletter. Il problema è che bisogna occuparsene subito, se è vero che gli impieghi del futuro saranno tutti digitali. Altrimenti si rischia che tra 10 anni ci siano ancora maggiori differenze tra uomini e donne nel mercato del lavoro, dato che l’informatico oggi viene comunque immaginato al maschile. Io sono contrario alle logiche delle quote rosa, ma in un momento di transizione come questo probabilmente bisogna forzare un po’ il sistema, portando avanti contemporaneamente anche un cambiamento a livello culturale. Leggevo per esempio uno studio che dimostra come nei bambini piccolissimi non c’è grande differenza tra maschi e femmine, quindi quello che succede dopo dipende completamente dal retaggio culturale. Un qualcosa che ho anche sperimentato sulla mia pelle, dato che mio figlio, che fa danza da quando aveva 6 anni, è stato molto bullizzato.

E pensando dunque alla tecnologia come un argomento tradizionalmente maschile, in che modo lavorate per portare a Wired il pubblico femminile?

In realtà il magazine si colloca intorno al 60 – 65% di lettori maschili, il sito invece è quasi alla pari, 55% uomini e 45% donne, mentre i nostri eventi sono più frequentati da donne. Quello che stiamo davvero cercando di fare è liberare la tecnologia da quella metafora fallica che la vuole equivalente a “potenza”: l’automobile più veloce, il cellulare più “gagliardo” e così via. Noi invece raccontiamo che la tecnologia è uno strumento che bisogna saper usare e di cui essere responsabili. E questo la neutralizza dal punto di vista del genere.

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a cura di Elisabetta Colangelo

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