Il capitale umano, dal Fraunhofer Institut all’Appennino reggiano

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Inutile far finta di niente: anche il dibattito sul capitale umano deve fare i conti col fatto che, negli ultimi due anni e mezzo, si sono palesati vari cigni neri, in una situazione complessiva che ha prodotto:

  • una crisi pandemica;
  • una guerra;
  • una crisi energetica;
  • un riscaldamento globale e problemi di siccità già noti, ma mai visti nella storia a tali livelli.

Questi fenomeni interpellano con urgenza tutti coloro (e nella mia esperienza, i manager) che devono valutare e far crescere il capitale umano delle persone: soggetti come i manager devono prima interpretare il nuovo contesto, poi trovare le soluzioni a questa situazione di plurima e drammatica incertezza, e infine rilanciare l’economia conservando, in molti casi e settori, la buona spinta che era stata acquisita nel post Covid.

Il capitale umano, nell’affrontare queste sfide, ha una rilevanza decisiva, e ha la collocazione più strategica fra i vari tipi di risorse oggi disponibili. Infatti questo serbatoio di valore è:

  1. infungibile, perché nessuna tecnologia riuscirà mai a “prendere il posto” della modalità di ragionamento e di azione degli umani;
  2. inesauribile (almeno tendenzialmente e su nicchie cruciali di ragionamento), perché la produzione di un impianto ha dei limiti, un algoritmo ha un numero pur sempre limitato di variabili da incrociare, ma le risorse di creatività e innovazione di persone talentuose e motivate non hanno limiti;
  3. irriducibile, perché il capitale umano non è schematizzabile in un modello;
  4. particolarmente adatto a gestire scenari volatili e complessi come quelli che abbiamo di fronte (il famoso mondo VUCA: Volatile, Uncertain, Complex, Ambiguous);
  5. in grado di destrutturare un ragionamento o un processo, e di ripensarlo in modalità anche largamente alternative. Per fare un esempio, l’Intelligenza Artificiale, anche al suo massimo livello, date certe premesse procede senza una possibilità di retroazione.

Se volessimo circoscrivere il discorso alle aziende, potremmo dire che, in uno scenario come quello attuale, il capitale umano di qualità produce contenuti e strumenti utili a livello di:

  • Visione e Strategia aziendale, oggi soprattutto in ottica di Sostenibilità;
  • Marketing e nuove proposte di Brand, con attenzione alla Reputation di aziende competitive ma anche inclusive e socialmente/ambientalmente/finanziariamente responsabili;
  • Produzione e Logistica, col grande problema di supply chain globali che possono “rompersi” per eventi pandemici, tensioni geopolitiche e di altro tipo (si pensi ad esempio alla crisi coi supplier cinesi, o alla domanda in overbooking di semiconduttori);
  • l’area Finance e del Controllo di gestione. Anche se questo campo andrà ripensato sia in un’ottica di Risk Management da considerare a tutti i livelli, sia vista la disposizione, come leverage, di risorse pubbliche senza precedenti come il PNRR in Italia, o il Piano Biden e il Next Generation EU all’estero.

Tutti questi ambiti dovranno essere approfonditi con le risorse del capitale umano, e partendo da una nuova cultura delle HR che abbia una tensione costante all’Innovazione, tecnologica e anche organizzativa. Ma prima di tutto, vorrei enfatizzare il tema della capacità di ragionamento, e le tante doti relazionali, empatiche e di visione strategica che rientrano nell’idea di capitale umano, e lo dirò con un episodio. Quando nel 2018 facemmo con Federmanager Academy uno Study Tour nel Baden Württemberg, a studiare la culla di Industry 4.0, in uno dei centri del prestigioso Fraunhofer Institut ebbi modo di chiedere al loro speaker, dopo un pomeriggio passato a vedere esoscheletri e altri applicativi avanzatissimi, quali fossero i punti deboli dei loro ricercatori. La risposta fu immediata, netta ma non sorprendente: con la continua immersione in tanta tecnologia e Intelligenza artificiale, veniva meno la capacità di “pensare” senza schemi precostituiti, si indeboliva il pensiero in quanto tale, “a foglio bianco”.

Ci chiesero anzi se avessimo dei suggerimenti, e io dissi che in quella stessa città (Stoccarda) sorgeva la casa natale di uno dei più grandi filosofi di tutti i tempi, Georg Wilhelm Friedrich Hegel: un pensatore di certo superato nella filosofia della storia e nelle visioni politiche, ma sempre uno straordinario interlocutore nelle parti, ad esempio, della Logica e della Dialettica, come ambiti di una “palestra del pensiero”. Suggerii quindi di far visitare a ingegneri e scienziati quella casa, e di fare alcune lezioni su quegli ambiti del pensiero hegeliano: sarebbe stata un’ottima occasione per risvegliare la capacità di pensare, e più in generale le potenzialità creative del capitale umano.

Questo però è costituito anche da altri versanti, fra cui quello empatico, quello dello sviluppo di soluzioni strategiche e della volontà forte di raggiungerle: in questi campi nel nostro Paese troviamo tante “case natali” da conoscere o rivisitare, e non è necessario andare fino a Stoccarda. Anche qui un episodio: un imprenditore reggiano che da 15 dipendenti è arrivato ad averne 1.300, con decine di brevetti nelle flotte di veicoli a guida laser, ha raccontato che trentacinque anni fa la sua famiglia era composta di contadini con un reddito modesto. Il padre tornò a casa una sera sconsolato, dicendo che la banca aveva concesso un prestito di pochi milioni che non erano sufficienti per fare la nuova casa. Ma la madre, contadina reggiana davvero tosta, disse in dialetto: “Allora cominciamo!”. Ecco, anche questo è capitale umano, e di grande livello, nonostante non ci fosse di mezzo una laurea o un phd…

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